Siamo alle solite, anzi va sempre peggio
Se prima il trasformismo aveva almeno la decenza di mascherarsi dietro qualche discutibile argomento ideologico, anche se complicato a comprenderlo, oggi è fatto in maniera sfacciata, fregandosene di tutto e di tutti e soprattutto del passato.
Il riferimento al cannolo è quanto mai appropriato, non tanto per la sensazione di pacere che da al palato, ma che nel cambiare “dolce” si crea e si da l’immagine del vuoto di ideali che molti “politici” hanno al posto della spina dorsale.
Fino a ieri, era tutto un inno al cannolo. Il cannolo era la tradizione, l’identità, il sapore autentico, si giurava fedeltà a questo tipico dolce, si difendevano i suoi ingredienti e la sua ricetta.
Il cannolo era un simbolo identitario, questo lo è veramente, della propria vita e della propria appartenenza al territorio, una forma di fedeltà.
E chi osava la domenica non portarlo a tavola o peggio suggerire una variante, una minima deviazione dalla sacra ricetta, veniva additato come eretico, traditore, nemico del popolo, della città e dello stesso cannolo, rischiando querele e condanne penali.
Poi, d’improvviso, il cambio di vento. Non per un’illuminazione improvvisa sui benefici di una nuova dieta alimentare, né per una riscoperta delle virtù salutari dello strudel o del babà.
No, il cambio di “gusto” è prettamente e volgarmente logistico, di tornaconto.
La poltrona, si, la maledetta poltrona, non quella di casa dove ci si accomoda per gustare il dolce domenicale tipico, ma quella, ottenuta con sacrificio e che per salvaguardarla “impone” un cambio di “gusto”
Quella poltrona che, evidentemente, non si può abbandonare neanche per un minuto, pena il rischio di finire nel dimenticatoio, nel limbo dei senza incarico, nel purgatorio dei non eletti, cosa che per chi ha costruito la sua vita attorno ad esse, non sa e non può rinunciare.
E così, ecco che avviene il prodigio del cambiamento, niente più cannolo ma altro.
Chi fino a un secondo prima sbraitava contro il tiramisù o il millefoglie, criticando i dolci alla panna, ecco che ora si erge a paladino del lecito cambio, l’ennesimo cambio di “appartenenza”.
Il cannolo è sicuramente un ottimo dolce, ci mancherebbe altro, visto che ha deliziato il palato per tante domeniche, ma forse è un po’ troppo “legato al passato” e forse è il caso di aprirsi, di allargare la mente… per tenersi stretta la poltrona.
E allora via libera anche al pandoro, al panettone e persino al più plum-cake.
L’importante non è più il sapore, la consistenza, la qualità degli ingredienti, la tradizione, l’importante è rimanere a tavola, con il tovagliolo al collo, la bocca piena e, soprattutto, con il proprio posto assicurato fino alla fine del pasto, sperando che il pasto duri il più a lungo possibile, magari con qualche bis.
La coerenza? Ma smettiamola, è roba da sciocchi idealisti, un lusso per chi non ha fame, ovviamente di potere.
La bramosia è la vera fonte di ispirazione, quella del restare a galla, di non affondare nel mare magnum dell’irrilevanza e dell’oblio, e per questo, si è disposti a rinnegare ogni parola detta, ogni principio sbandierato, ogni “virtù” del tanto decantato cannolo.
Il risultato? Un misto di sapori, un “minestrone” di dolci che non soddisfa nessuno e che, alla fine, provoca solo una gran indigestione e nausea.
Ma a loro tutto questo poco importa, la cosa più importante è averla scampata, l’importante è non aver problemi di stomaco e dormire sereni la notte, sapendo che almeno, fino al prossimo giro, un dolce la domenica lo si mangia comunque e chi se ne frega della tradizione.
E noi, poveri illusi che ancora ci ostiniamo a credere nel sapore autentico del cannolo, siamo condannati a guardare lo spettacolo, tra l’amaro in bocca e la certezza che, in questo gran circo, l’unica cosa che conta non è ciò che si mangia, ma il posto dove ci si siede.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti o che accadranno è puramente casuale. Ad Maiora.

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