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Reading: Acqua in Sicilia: Anatomia di un’Emergenza tra costi, inefficienze ed il fallimento della Tariffa Unica. Di Marcello Frangiamone
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Acqua in Sicilia: Anatomia di un’Emergenza tra costi, inefficienze ed il fallimento della Tariffa Unica. Di Marcello Frangiamone

Last updated: 27/12/2025 19:37
By Redazione 178 Views 24 Min Read
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In Sicilia, l’acqua non è semplicemente un composto chimico essenziale alla vita o una commodity regolata dai mercati; è la cartina di tornasole di un sistema economico e amministrativo profondamente disfunzionale, una lente attraverso cui osservare le fratture sociali e territoriali che attraversano l’isola. L’inchiesta che segue si propone di dissezionare la struttura dei costi del servizio idrico integrato in Sicilia nel biennio cruciale 2024-2025. Il punto di partenza di questa indagine non è un’ipotesi astratta, ma il grido d’allarme lanciato dalle associazioni dei consumatori e confermato dalle bollette che ogni mese riempiono le cassette postali dei cittadini. La domanda è quasi ovvia:
Perché un bene pubblico, che dovrebbe essere accessibile a tutti alle stesse condizioni, presenta variazioni di prezzo che sfidano ogni logica economica di mercato unico?
Perché un cittadino di Caltanissetta o Agrigento paga l’acqua a peso d’oro, spesso ricevendola con il contagocce, mentre un residente di Catania o Palermo, pur tra mille difficoltà, gode di tariffe significativamente inferiori?
La risposta a questi interrogativi non risiede in una singola causa, ma in un groviglio inestricabile di motivazioni fisiche, ingegneria idraulica, scelte politiche fallimentari e contenziosi giuridici che hanno trasformato la gestione dell’acqua in un campo di battaglia. Al centro di questo scenario si staglia un divario netto, quasi una profonda frattura, che separa la Sicilia costiera e metropolitana dalla Sicilia interna. Da una parte, le grandi città che beneficiano di rendite di posizione geologiche o storiche; dall’altra, l’entroterra assetato, costretto a dipendere da un sistema di “sovrambito” che trasporta l’acqua per centinaia di chilometri, con costi energetici proibitivi che vengono scaricati, euro su euro, sull’utente finale.
Questo reportage, condotto analizzando migliaia di pagine di bilanci societari, delibere delle Assemblee Territoriali Idriche (ATI), sentenze della Corte Costituzionale e report tecnici di ARERA e Istat, non si limita a fotografare lo stato dell’arte ma intende scavare nelle radici profonde di questa iniquità, svelando come il meccanismo tariffario, lungi dall’essere un mero calcolo ragionieristico, sia diventato uno strumento di redistribuzione inversa della ricchezza, penalizzando le aree già economicamente più fragili.
Il contesto temporale in cui ci muoviamo è quello di una “tempesta perfetta”. Il biennio 2024-2025 è segnato da una siccità storica che ha svuotato gli invasi, costringendo a razionamenti draconiani, e da una sentenza della Corte Costituzionale (la n. 59 del 2025) che ha di fatto demolito l’architettura legislativa con cui la Regione Siciliana sperava di imporre una “tariffa unica” per decreto. In questo scenario, dove l’emergenza climatica si salda con l’impasse amministrativa, i cittadini dell’entroterra si ritrovano prigionieri di una trappola tariffaria da cui sembra impossibile uscire. Attraverso un’analisi comparata rigorosa e l’esame delle dinamiche industriali del settore, questo dossier tenterà non solo di spiegare il “perché” di questi costi, ma di tracciare le uniche, difficili, vie d’uscita per un sistema al collasso.
Per comprendere la portata del fenomeno, è necessario immergersi nei dettagli delle articolazioni tariffarie provinciali. I dati raccolti da Cittadinanzattiva e Federconsumatori per l’anno 2024, incrociati con le delibere tariffarie dei singoli gestori, restituiscono l’immagine di una regione a due velocità, o meglio, a due listini prezzi.
Se la media nazionale per una famiglia tipo (tre componenti e un consumo annuo di 150 metri cubi) si attesta intorno ai 354 euro, in Sicilia la media sale, ma con una variazione interna che non ha eguali nel
resto del Paese. Non stiamo parlando di scostamenti marginali, ma di differenze che possono superare il 60-70% tra una provincia e l’altra.
Analizzando i dati puntuali, emerge con chiarezza che le province di Caltanissetta, Agrigento ed Enna costituiscono il “triangolo del caro-acqua”, mentre le aree metropolitane di Palermo, Catania e Messina, pur con i loro problemi gestionali, riescono a mantenere tariffe più contenute.
Caltanissetta rappresenta il paradigma della crisi. La gestione è affidata a Caltaqua – Acque di Caltanissetta S.p.A., ente gestore privato che opera in regime di concessione. Analizzando il bilancio e le determinazioni tariffarie per il 2024, si scopre che il moltiplicatore tariffario (Theta), ovvero il coefficiente che determina l’aumento annuale consentito dall’ARERA per coprire gli investimenti e i costi operativi, è stato fissato a 1,071. Questo si traduce in un aumento secco del 7,14% rispetto all’anno precedente.
Ma cosa paga esattamente il cittadino nisseno? La struttura della tariffa non remunera solo il servizio di portare l’acqua al rubinetto. Una quota preponderante dei costi operativi (Opex) di Caltaqua è costituita dall’acquisto della “materia prima” acqua. Caltanissetta, priva di fonti autonome significative, è costretta a importare buona parte del suo fabbisogno dal sistema regionale di sovrambito (Siciliacque). Questo significa che Caltaqua agisce, per una parte rilevante del suo business, come un mero rivenditore di acqua acquistata altrove. Il costo di questo acquisto, che si aggira intorno ai 0,69 euro al metro cubo all’ingrosso, costituisce un limite invalicabile. A questo si aggiungono i costi di depurazione e fognatura, che a Caltanissetta sono particolarmente onerosi per la necessità di manutenere impianti complessi in un territorio morfologicamente difficile. Il risultato è che una famiglia di tre persone a Caltanissetta spende quasi 500 euro l’anno per un servizio che, nel 2024, è stato caratterizzato da turnazioni esasperanti, con l’acqua erogata ogni 6-7 giorni in molti quartieri.
Spostandosi di pochi chilometri, la situazione di Agrigento offre una prospettiva diversa ma ugualmente drammatica. Qui la gestione è passata dalla fallimentare esperienza privata di Girgenti Acque alla gestione pubblica consortile di AICA (Azienda Idrica Comuni Agrigentini). Molti cittadini speravano che il ritorno al pubblico avrebbe abbattuto le tariffe. Tuttavia, i dati 2024 mostrano che il costo per l’utente finale è rimasto tra i più alti d’Italia. La motivazione è tecnica e normativa: il principio del Full Cost Recovery imposto dall’autorità nazionale ARERA obbliga il gestore, sia esso pubblico o privato, a coprire integralmente i costi del servizio attraverso la tariffa. AICA ha ereditato una situazione infrastrutturale disastrosa, con reti colabrodo e un parco contatori obsoleto, e una situazione debitoria pesante. Inoltre, come Caltanissetta, Agrigento dipende massicciamente dall’acqua fornita da Siciliacque (invaso Fanaco, dissalatori se attivi, acquedotto Favara di Burgio). L’acqua “importata” costa cara, e questo costo viene ribaltato direttamente in bolletta. Le tariffe di AICA prevedono scaglioni di consumo molto ripidi per disincentivare gli sprechi in una zona di crisi idrica perenne, penalizzando però le famiglie numerose che sforano facilmente i consumi base.
Il confronto con le città metropolitane è impietoso per l’entroterra. A Palermo, l’AMAP gestisce un sistema complesso che attinge da diverse fonti: gli invasi di Poma, Rosamarina, Scanzano e le sorgenti di Scillato. Questa diversificazione delle fonti permette ad AMAP di avere un costo medio dell’acqua più basso. Sebbene AMAP acquisti anch’essa acqua da Siciliacque per integrare il fabbisogno, la percentuale è minore rispetto a Caltanissetta. Inoltre, AMAP ha ingaggiato una battaglia legale rifiutandosi di pagare la tariffa piena a Siciliacque, applicando tariffe ridotte in attesa di giudizio, il che ha permesso, almeno temporaneamente, di contenere gli aumenti in bolletta, pur esponendo la società a rischi di contenzioso futuri.
Catania, con la società Sidra, rappresenta un’unicità geologica. La città sorge alle pendici dell’Etna, un enorme serbatoio naturale di acqua di ottima qualità. Sidra estrae l’acqua direttamente dalle falde etnee attraverso pozzi, con costi di trasporto minimi rispetto ai lunghi acquedotti regionali. Questo
vantaggio naturale si traduce in una delle tariffe più basse della regione, nonostante le inefficienze della rete distributiva cittadina.
Identificare il divario tariffario è solo il primo passo. Per capire bene il complesso sistema della gestione dell’acqua dobbiamo smontare il meccanismo e guardare gli ingranaggi che producono questi prezzi. L’analisi rivela tre fattori strutturali determinanti: il monopolio del sovrambito, la “tassa energetica” occulta e il peso delle perdite di rete.
Il vero dominus del sistema idrico siciliano non sono i comuni, ma Siciliacque S.p.A., la società mista (75% privata in mano a Idrosicilia S.p.A., società interamente controllata da Italgas S.p.A., e 25% Regione Siciliana) che gestisce la rete di “grande adduzione”. Questa rete comprende circa 1.700 km di condotte, le grandi dighe (Ancipa, Fanaco, Garcia, ecc.) e i potabilizzatori.
Il modello industriale è chiaro: Siciliacque raccoglie l’acqua dalle grandi fonti, la rende potabile e la trasporta fino ai serbatoi comunali, dove la vende “all’ingrosso” ai gestori locali (Caltaqua, AICA, Acquaenna, AMAP, ecc). Il prezzo di vendita all’ingrosso è il nodo gordiano della questione. Nel 2024, la tariffa applicata da Siciliacque si aggira intorno a 0,6960 €/mc.
Perché questo prezzo è così alto?
1.
Costi Fissi e Investimenti: Siciliacque deve remunerare il capitale investito per la manutenzione di una rete gigantesca e complessa.
2.
Costi Energetici: Trasportare l’acqua in Sicilia significa quasi sempre spingerla in salita. Portare l’acqua dall’invaso Ancipa (sui Nebrodi) ai comuni dell’ennese o del nisseno richiede stazioni di sollevamento potenti che consumano gigawattora di energia elettrica.
3.
Monopolio Naturale: I comuni dell’entroterra non hanno alternative. Non hanno possibilità di scavare pozzi per rendersi autosufficienti perché non ci sono falde idriche di dimensione adeguata alle necessità. Sono clienti prigionieri del fornitore unico.
Mentre Palermo e Catania possono scegliere di usare le proprie fonti e comprare da Siciliacque solo il necessario, Caltanissetta Enna ed Agrigento devono comprare gran parte dell’acqua da Siciliacque. Di conseguenza, la tariffa alta di Siciliacque si trasferisce quasi integralmente nelle loro bollette. È una forma di dipendenza economica che si traduce in una tassazione geografica.
Il secondo fattore è legato al costo energetico poiché anche l’acqua, in Sicilia, è fatta di energia elettrica. La morfologia montuosa dell’isola e la posizione delle fonti rispetto ai centri abitati impongono un uso intensivo di pompe di sollevamento. L’aumento dei costi dell’energia elettrica registrato negli ultimi anni ha avuto un impatto devastante sui bilanci dei gestori. Nelle province di Enna e Caltanissetta, l’acqua deve essere sollevata di centinaia di metri. Il costo dell’energia per metro cubo d’acqua erogato è di gran lunga superiore rispetto a quello di una città pianeggiante o costiera. Questo differenziale energetico non viene assorbito dalla fiscalità generale regionale, ma viene lasciato cadere sulla tariffa locale. In pratica, i cittadini dell’entroterra pagano nella bolletta dell’acqua anche la bolletta della luce necessaria a farla arrivare fin lì. È un circolo vizioso: più l’acqua scarseggia (siccità), più bisogna andarla a prendere lontano o in profondità, più energia serve, più la bolletta sale.
Il terzo fattore moltiplicatore è lo stato fatiscente delle reti idriche. Secondo il report Istat 2024, la Sicilia detiene il triste primato delle perdite idriche, con una media regionale del 51,6%. Ciò significa che per ogni 100 litri immessi in rete, meno di 49 arrivano al rubinetto dell’utente. I restanti 51 litri si perdono nel sottosuolo a causa di tubature colabrodo, rotture e allacci abusivi. Il meccanismo tariffario ARERA prevede che i costi totali del gestore vengano divisi per i metri cubi fatturati (venduti), non per quelli immessi. Se AICA compra 1000 litri da Siciliacque pagandoli 70 centesimi, ma ne riesce a fatturare solo
480 ai cittadini di Agrigento, deve spalmare il costo di tutti i 1000 litri su quei 480 venduti. Di conseguenza, la tariffa unitaria raddoppia. L’inefficienza della rete è quindi una tassa occulta che pesa enormemente sulle province con alta dispersione e alto costo di approvvigionamento.
A Caltanissetta è stato di recente comunicato il prossimo avvio dei lavori di rifacimento della rete idrica con un progetto di 4,2 milioni di euro finanziato con D.G. n. 2036 del 4/12/2024 dalla Regione per ridurre perdite e migliorare il servizio. Ma fino a quando i lavori non saranno terminati difficilmente tale attività determinerà benefici in bolletta all’utenza facendo si che eventuali ritardi o imprevisti nella realizzazione dei lavori rimarranno imputati a chi tale servizio lo subisce e cioè il cittadino.
Di fronte a questa palese ingiustizia territoriale, la politica regionale siciliana ha tentato per anni di percorrere una scorciatoia legislativa: l’istituzione della “Tariffa Unica Regionale”. L’idea, politicamente affascinante, era quella di creare un unico ambito tariffario per tutta l’isola, in modo che i cittadini delle aree più “fortunate” contribuissero a coprire i costi elevati dell’entroterra, realizzando una perequazione solidale. Con la Legge Regionale n. 19 del 2015 e le successive modifiche introdotte nel 2022 (art. 11 L.R. 16/2022), l’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) ha cercato di riappropriarsi delle competenze in materia tariffaria, attribuendo alla Giunta Regionale il potere di determinare le tariffe del servizio idrico di sovrambito, sottraendole di fatto alle logiche di mercato e alle prerogative dell’ARERA. L’obiettivo era calmierare d’autorità i prezzi di vendita di Siciliacque, imponendo tariffe politiche più basse per alleggerire i bilanci di Caltaqua, AICA e Acquaenna.
Questo tentativo si è schiantato contro il muro della Costituzione. Con la sentenza n. 59 depositata nell’aprile 2025, la Corte Costituzionale ha accolto i ricorsi presentati dai gestori e dal Governo nazionale, dichiarando l’illegittimità delle norme regionali che pretendevano di fissare le tariffe. La Consulta è stata chiarissima nel suo ragionamento giuridico, basato sull’articolo 117 della Costituzione: la tutela della concorrenza e la determinazione dei metodi tariffari per i servizi pubblici a rete sono competenza esclusiva dello Stato. L’ARERA è l’unica autorità titolata a definire come si calcolano i costi e le tariffe, secondo il principio del Full Cost Recovery (copertura integrale dei costi). La Regione Siciliana non può decidere arbitrariamente di abbassare le tariffe per decreto se questo non corrisponde a una reale riduzione dei costi industriali. Fare ciò significherebbe alterare il mercato e violare le regole europee e nazionali.
Le conseguenze della sentenza sono pesanti:
1.
Fine dell’illusione: Non ci sarà nessuna “tariffa unica politica” imposta dall’alto.
2.
Ritorno alla realtà dei costi: Se l’acqua costa cara a Caltanissetta perché costa tanto pomparla, qualcuno deve pagare quel costo. O lo paga l’utente in bolletta, o lo paga la Regione tramite la fiscalità generale (sussidi), ma non si può fingere che il costo non esista.
3.
Vittoria di Siciliacque: La società mista vede confermato il suo diritto a vedere riconosciuti in tariffa tutti i costi sostenuti, compresi quelli energetici e di investimento, blindando il suo bilancio.
Mentre si consumavano le battaglie legali, la Sicilia affrontava la peggiore siccità degli ultimi decenni tra il 2024 e il 2025. Questa emergenza ha agito da rivelatore, esasperando le criticità del sistema. Negli invasi Fanaco e Ancipa, le riserve sono scese a livelli critici, costringendo Siciliacque a ridurre drasticamente le forniture ai comuni. A Caltanissetta ed Enna, i turni di erogazione si sono allungati fino a 6-7 giorni. Ad Agrigento, la situazione è diventata esplosiva, con quartieri a secco per settimane. Il paradosso tariffario si è così trasformato in beffa: i cittadini si sono trovati a pagare le bollette più care d’Italia per un servizio intermittente, dovendo spesso integrare con l’acquisto di acqua da autobotti
private. Il costo dell’autobotte rappresenta un costo extra-tariffa che non compare nelle statistiche ufficiali ma devasta il budget delle famiglie.
L’emergenza ha anche svelato il fallimento della pianificazione infrastrutturale. I fondi del PNRR, che avrebbero dovuto finanziare il rifacimento delle reti e nuovi invasi, sono stati inizialmente persi dalla Regione per incapacità progettuale (31 progetti bocciati su 31 nel settore irriguo in una prima fase), salvo poi essere recuperati in extremis tramite rimodulazioni e fondi di coesione (React-EU). Tuttavia, i cantieri aperti nel 2024-2025 arriveranno troppo tardi per mitigare l’attuale crisi tariffaria.
Se la via legislativa della “tariffa unica per decreto” è sbarrata dalla Corte Costituzionale, quali strade restano per evitare che l’acqua diventi un bene di lusso nell’entroterra siciliano? L’analisi delle criticità suggerisce un pacchetto di soluzioni tecniche e politiche, basate sul realismo economico e sulla solidarietà fiscale.
LA soluzione Immediata: La Fiscalizzazione degli Oneri Energetici
L’unico modo per abbassare la tariffa a Caltanissetta e Agrigento nel breve termine, senza violare le regole ARERA, è agire sul costo all’ingrosso di Siciliacque. Poiché non si può ordinare a Siciliacque di vendere sottocosto, la Regione deve intervenire come “pagatore di ultima istanza”.
La proposta concreta è la fiscalizzazione dei costi energetici di sollevamento. La Regione Siciliana dovrebbe stanziare un fondo strutturale nel proprio bilancio per coprire una quota significativa (es. 50%) della bolletta elettrica di Siciliacque. Questo intervento verrebbe configurato non come aiuto di stato illegittimo, ma come onere di servizio pubblico per garantire l’accessibilità universale alla risorsa.
Abbattendo il costo dell’energia, si abbatterebbe automaticamente la tariffa all’ingrosso (da 0,69 a ipotetici 0,45 €/mc), offrendo un sollievo immediato ai gestori locali (Caltaqua, AICA) che potrebbero a loro volta ridurre le bollette ai cittadini.
Ma non c’è tariffa che tenga se si perde il 50% dell’acqua. La priorità assoluta deve essere l’esecuzione rapida ed efficiente dei progetti PNRR e React-EU per la distrettualizzazione e il rifacimento delle reti idriche.
Ridurre le perdite dal 50% al 25% permetterebbe agli enti gestori delle zone interne della Sicilia di acquistare meno acqua da Siciliacque per soddisfare lo stesso fabbisogno, o di vendere più acqua a parità di acquisto. In entrambi i casi, il costo unitario per l’utente scenderebbe drasticamente. Questo è l’unico intervento che genera un risparmio perpetuo e strutturale.
Infine non possiamo ignorare le grandi incompiute. La Diga di Blufi, sulle Madonie, come riportato in un articolo precedente, è ferma da decenni. Se completata, garantirebbe un approvvigionamento gravitazionale (a basso costo energetico) per le province di Caltanissetta e Agrigento, liberandole dalla dipendenza dai pompaggi costosi dall’Ancipa.
Inoltre, la riattivazione dei dissalatori (Porto Empedocle, Gela, Trapani), sebbene energivori, potrebbe fornire una risorsa “buffer” nei periodi di siccità, calmierando la speculazione e garantendo continuità, a patto che siano alimentati da fonti rinnovabili per non far esplodere nuovamente i costi.
Ma la panacea di tutti i mali sarebbe la fusione dei 9 ambiti provinciali in un unico Ambito Regionale che rimane la via maestra per una vera tariffa unica. In un’azienda unica regionale, i profitti generati a Catania e Palermo potrebbero compensare contabilmente i costi di Enna, Caltanissetta e Agrigento, permettendo di applicare una tariffa media uniforme a tutti i siciliani.
Oggi questo è impedito dall’egoismo territoriale (le città ricche d’acqua non vogliono pagare per quelle povere) e dalla complessità di fondere società sane con società in dissesto. Tuttavia, un percorso
graduale di fusione, incentivato dalla Regione con fondi per risanare i debiti pregressi (come quelli di AICA), potrebbe portare nel lungo periodo a una gestione solidale e industriale del servizio.
La strada per la giustizia idrica in Sicilia è in salita e non ammette scorciatoie demagogiche. Richiede che la Regione smetta di provare a forzare le regole del mercato con decreti illegittimi e inizi a usare la propria autonomia finanziaria per sussidiare i costi energetici insostenibili dell’entroterra e per cantierare, con urgenza e trasparenza, le opere di risanamento delle reti ed il completamento delle grandi opere di sbarramento. Fino ad allora, la bolletta dell’acqua rimarrà uno dei più odiosi indicatori della disuguaglianza siciliana.

Marcello Frangiamone

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