Cangini (FI) scrive che il Presidente è favorevole, poi la nota quirinalizia
Alla fine la tentazione del “vale tutto” è stata troppo forte: il fronte del Sì al referendum ieri ha tentato di reclutare anche il capo dello Stato Sergio Mattarella con una forzatura arrivata via Huffington post che ha fatto calare il gelo al Quirinale. E così dal Colle, a quanto risulta al Fatto Quotidiano sono partite da subito in batteria diverse chiamate vista la “sgrammaticatura” messa nero su bianco sul quotidiano del gruppo Gedi dall’ex parlamentare di Forza Italia Andrea Cangini, animatore della Fondazione Einaudi e tra i fondatori del comitato Sì Separa. Questo prima della nota inviata al quotidiano, con annessa rasoiata: “Nessun desiderio di impedire libere ricostruzioni. Ma è fortemente auspicabile che ci si astenga dal tentativo, comunque vano e improduttivo, di cercare di arruolare il Presidente della Repubblica in uno schieramento o semplicemente in una posizione politica”. Una posizione durissima rispetto a un’operazione che non si poteva far passare sotto silenzio. Questa.
“Come voterà Sergio Mattarella al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati? Non lo sappiamo ed è probabile che non lo sapremo mai, essendo il presidente della Repubblica consegnato all’imparzialità dalla lettera della Costituzione. Ma Sergio Mattarella non è stato sempre presidente della Repubblica e nell’esercizio del suo mandato presidenziale qualche spunto lo ha dato: possiamo, pertanto, fare un’ipotesi” ha scritto Cangini mettendo insieme una serie di “indizi” che però portano a una sola conclusione: “Mattarella voterà sì”.
Di qui l’altolà del Colle. “Mattarella non farà conoscere una virgola del suo orientamento alle urne”, trapela dallo staff del Presidente in una giornata particolare: la vigilia del consiglio dei ministri che dovrebbe ufficializzare la data del voto al referendum quando è ancora in corso la raccolta delle firme. Con il provvedimento di indizione delle urne che il Capo dello Stato ha già fatto sapere che firmerà perché “rientra nelle prerogative del governo fissare la data del voto”. Certo, entro i limiti di legge e su questo Mattarella ha già fatto presente al governo “il rischio di potenziali contenziosi per un’eventuale decisione non compatibile con quanto prescritto dalle norme”. Anche per la coincidenza temporale con le decisioni di Palazzo Chigi, l’interpretazione dell’orientamento di Mattarella sul merito della separazione delle carriere è ritenuta “una evidente stortura”.
“Ai lavori della Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema partecipò anche l’onorevole Sergio Mattarella, allora espressione del Partito popolare italiano (Ppi). Era 27 ottobre 1997, quando la Commissione mise ai voti l’emendamento 122.216 (…). I sette membri provenienti dal Ppi si divisero, in cinque votarono sì, in due, Bressa ed Elia, si dissociarono. A votare a favore furono Ciriaco De Mita, Franco Marini, Ortensio Zecchino, Tarcisio Andreoli e… Sergio Mattarella. Questo è un fatto. Un fatto storico incontrovertibile” ha ricordato Cangini desumendo che Mattarella sia, ora come allora, favorevole alla separazione delle carriere e anche a quello del Csm, in linea come quanto previsto dalla riforma Nordio.
Tanto da farlo arrivare a sentenza: “Ce n’è abbastanza, crediamo, per ipotizzare che al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati Sergio Mattarella voterà Sì. Così come tutti i componenti dell’area cosiddetta riformista del Partito democratico”.
Da ilFattoQuotidiano di Ilaria Proietti
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