C’è un momento magico nella vita dei politici, un istante sospeso tra la gloria e il trasloco forzato, in cui l’aria comincia a farsi elettrica.
Non è l’elettricità del consenso, ma quella dei nervi scoperti. È quel preciso istante in cui ci si accorge che le mura del castello non sono più così solide e che quel rumore di sottofondo non è un applauso lontano, ma il suono del cartongesso che comincia a cedere.
In gergo tecnico si chiama “Sindrome della fortezza assediata”. In termini umani, è semplicemente il momento in cui si sbrocca.
Quando il terreno comincia a tremare, la comunicazione politica smette di essere una strategia e diventa una serie di riflessi incondizionati.
I segnali inequivocabili sono: “Il complotto”. Improvvisamente, nulla accade per caso, ma il vocabolario si arricchisce. Gli avversari non sono più “colleghi con visioni diverse”, ma diventano “sciacalli”, “eversori”, “nemici del popolo” o, nei casi di massimo stress, “mistificatori”, accusati di dire cose che non stanno né in cielo né in terra..
Anche se la fiducia cala, per non darla vinta si annuncerà che la città è con loro, Solitamente questa frase viene pronunciata mentre si sta già controllando sul sito “cerca lavoro” per vedere se c’è richiesta nel settore delle ceramiche o altri settori.
Il politico nervoso non risponde alle critiche, le bombarda. Se qualcuno osa chiedere “Ma non credi che queste crepe nel muro siano preoccupanti?”, la reazione segue un copione ben preciso e le risposte variano dall’attacco frontale “trovo la tua domanda offensiva”, al “invece di guardare le mie mura che scricchiolano, perché non parliamo di quel debito di tre mila lire che hai con me dalle medie?”
Il dramma è che, mentre il politico urla, i suoi fedelissimi stanno iniziando a fare quello che in biologia si chiama “mobilità opportunistica”, e in politica “salto della quaglia”, esclusi ovviamente che non avendo dove andare restano sperando che le crepi non si allarghino.
Il nervosismo nasce proprio da qui: dalla sensazione che il marmo sotto i piedi sia diventato improvvisamente una buccia di banana. Più il leader si sente isolato, più alza il volume della voce.
È una legge fisica, la potenza delle urla è inversamente proporzionale al numero di persone disposte ad ascoltarle senza sbadigliare.
Vedere un sistema politico che scricchiola è uno spettacolo affascinante, se non fosse tragico allo stesso tempo, a metà tra una tragedia greca e una puntata di Paperissima.
La negazione della realtà diventa l’ultimo rifugio, una coperta di Linus fatta di dichiarazioni e post sui social, a reti unificate, scritti con il Caps Lock inserito e pronti a ringraziare chiunque metta un commento.
Ma in fondo, c’è una certa tenerezza in quel nervosismo. È il segno che, nonostante tutto, dietro il potere ci sono solo esseri umani che hanno una paura fottuta di dover tornare a timbrare il cartellino, e che vengono supportati da coloro che temono di perdere quell’occasione unica ed irripetibile che gli è capitata, si perchè in caso di ricostruzione difficilmente entrerebbero nuovamente nel Palazzo ristrutturato.
In conclusione il nervosismo è palpabile, anche se si tenta di non darlo a vedere, lo si percepisce dai silenzi, soprattutto di coloro che prima non perdevano occasione per elogiare, un nervosismo che sa del rumore di una macchina che viaggia con la frizione bruciata, che fa un gran baccano ed emette un odore acre di disperazione, ma sulla quale tutti restano a bordo perché nessuno sa bene dove e come andare scendendo. Ad Maiora
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