Trump annuncia quattro settimane di guerra contro l’Iran. Hezbollah attacca, raid su Beirut e tensioni fino a Cipro e nel Golfo.
“Almeno quattro settimane”. Donald Trump mette subito il cronometro sulla guerra. Intervistato dal Daily Mail, il presidente americano prevede che l’operazione militare contro l’Iran non sarà una fiammata passeggera ma un confronto prolungato, destinato a durare “almeno quattro settimane”. E mentre i bombardieri decollano, lascia uno spiraglio: nuovi negoziati? Possibili. Presto? Non lo sa.
Poi la rivelazione alla Abc: qualcuno, dentro il governo iraniano, lo avrebbe contattato. “Probabilmente non dovrei dirvi chi è”, ha confidato, aggiungendo che questa figura “non riferisce più al leader supremo”. E qui il tono cambia. Trump sostiene che gli Stati Uniti avessero individuato possibili candidati alla guida di Teheran, ma “sono tutti morti”. L’attacco – parole sue – sarebbe stato così efficace da eliminare la maggior parte delle opzioni sul tavolo.
E ancora: accusa l’ayatollah Ali Khamenei di aver tentato di ucciderlo due volte. “L’ho preso prima che lui prendesse me”. Frase secca, quasi da western. Ma siamo nel Golfo Persico, non in un film.
La replica di Teheran: “Non negozieremo”
La risposta iraniana arriva via social, senza giri di parole. Ali Larijani, capo della sicurezza nazionale, nega ogni apertura. “L’Iran non negozierà con gli Usa”. Punto.
Accusa Trump di aver “sprofondato la regione nel caos con false speranze” e di essere ora preoccupato per nuove perdite tra i soldati americani. Il messaggio è chiaro: nessuna trattativa sotto le bombe. E il punto è questo: quando le parti parlano linguaggi così distanti, la diplomazia diventa un miraggio nel deserto.
Nuova ondata su Teheran
Intanto i cieli sopra Teheran tornano a tremare. L’Idf annuncia una nuova ondata di attacchi: l’aviazione israeliana, guidata dall’intelligence, colpisce ancora la capitale iraniana.
Non è un episodio isolato. È un’escalation studiata, chirurgica nelle intenzioni, devastante negli effetti. E ogni raid aggiunge un mattone a un muro che separa sempre più le possibilità di mediazione.
Hezbollah rompe il fronte
Ma la guerra non resta confinata. Per la prima volta dal cessate il fuoco del novembre 2024, Hezbollah lancia razzi contro Israele. Sirene a Haifa, proiettili intercettati, altri caduti in campi aperti.
È un segnale politico prima ancora che militare. Hezbollah entra in campo “in difesa del Libano e del suo popolo”, e come ritorsione per l’uccisione di Khamenei – così sostiene il gruppo sciita. La guerra si trasforma in scacchiera regionale.
Raid su Beirut
La risposta israeliana non si fa attendere. Raid su Beirut, bombardamenti mirati contro obiettivi legati al movimento sciita. I jet colpiscono la capitale libanese dopo l’attacco con razzi e droni contro una base nei pressi di Haifa.
E qui la domanda brucia: quanto può reggere il Libano, già fragile, davanti a un nuovo fronte aperto?
Cipro nel mirino
La tensione valica altri confini. Un drone colpisce la base britannica di Akrotiri, a Cipro. Nessuna vittima, solo danni lievi. Ma il messaggio è potente.
Si parla di un possibile Shahed 136, lo stesso modello usato dai russi in Ucraina. Sirene nella vicina Limassol, personale invitato a mettersi al riparo. Londra parla di “minaccia reale e crescente”. La guerra lambisce l’Europa orientale come una marea scura.
Boati nel Golfo
E non è tutto. Esplosioni a Dubai, Abu Dhabi e Doha. Sirene attive in Bahrain. Testimoni parlano di due esplosioni consecutive, di aerei militari in volo basso, di boati “piuttosto forti”.
Il Golfo, cuore energetico del pianeta, si scopre vulnerabile. E quando le capitali finanziarie sentono l’eco delle detonazioni, il conflitto non è più soltanto militare: diventa economico, globale, sistemico.
La sensazione – difficile scrollarsela di dosso – è che il conflitto stia scivolando oltre ogni argine.
Fonte lanotiziagiornale.it di Davide Manlio Ruffolo
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