L’identità urbana della Sicilia sta sbiadendo sotto il peso delle saracinesche abbassate.
L’ultima indagine nazionale di Confcommercio, presentata a Roma, traccia un quadro spietato della “desertificazione imprenditoriale” che sta colpendo l’Isola.
Tra i dati che fotografano questa crisi, spicca quello di Caltanissetta, dove il commercio al dettaglio ha subito una flessione del 21,6%, un segnale d’allarme che si inserisce in un trend regionale drammatico.
Dal 2012 al 2025, la Sicilia ha visto sparire circa 1.700 attività di commercio al dettaglio solo nei centri storici dei capoluoghi e dei comuni maggiori (un calo del 20%). Se si allarga lo sguardo alle periferie, la voragine diventa ancora più profonda: -26% e oltre 5.520 unità cessate.
La maglia nera spetta ad Agrigento (-37,5%), seguita da Enna (-31%) e Ragusa (-30%). In questo scenario, il dato di Caltanissetta (-21,6%) pur essendo meno estremo rispetto alle vette della Sicilia centrale, indica comunque la perdita di un negozio su cinque, un colpo durissimo alla vivibilità della città.
Tabella: La crisi dei Capoluoghi Siciliani (2012-2025)
| Città | Variazione % |
| Agrigento | -37,5% |
| Enna | -31,0% |
| Ragusa | -30,0% |
| Catania | -28,6% |
| Palermo | -25,8% |
| Caltanissetta | -21,6% |
A Caltanissetta, la chiusura delle attività non è solo un numero, ma un cambio di pelle forzato. Le vie che un tempo erano il motore pulsante della città soffrono per la “concorrenza invisibile” del digitale e per un calo demografico che riduce drasticamente il bacino di utenza.
I commercianti nisseni segnalano ostacoli strutturali, che vanno dalle rendite catastali fuori mercato, molti locali del centro hanno tasse (IMU e TARI) basate su valori non più coerenti con la realtà economica.
A marzo 2026, il Comune ha tentato la controffensiva annunciando il bando “Investo al Centro”, offrendo contributi a fondo perduto fino a 10.000 euro per nuove aperture nella zona, puntando su artigianato e servizi turistici. Si attende adesso la pubblicazione del bando, anche se in parecchi hanno sollevato diverse criticità, come il doversi far carico delle ristrutturazioni e il dover rimanere aperti per tre anni per non perdere il contributo.
Il volto delle città siciliane sta cambiando radicalmente. Da un lato assistiamo al crollo dei settori tradizionali come abbigliamento, edicole, mobili e ferramenta; dall’altro si registra una crescita esponenziale di attività legate al turismo, come affittacamere e ristorazione.
“Il trend siciliano sta assumendo contorni sempre più critici”, avverte Gianluca Manenti, presidente regionale di Confcommercio. Il rischio è una deriva verso “quartieri-dormitorio”, dove la popolazione anziana faticherà a trovare servizi di prossimità.
Oltre allo spopolamento, due giganti schiacciano il piccolo commercio:
- L’esplosione dell’e-commerce: Negli ultimi dieci anni, le vendite online sono quasi triplicate (+187%).
- Calo dei consumi: Patrizia Di Dio (Confcommercio Palermo) sottolinea come la minore capacità di spesa delle famiglie stia condannando le imprese familiari. I rincari energetici di questo inizio 2026 aggravano ulteriormente la situazione.
Per evitare che i centri storici diventino gusci vuoti entro il 2035, Confcommercio chiede ai Comuni:
- Osservatorio Regionale Permanente sul commercio.
- Governance degli affitti brevi per bilanciare turismo e residenzialità.
- Recupero dei locali sfitti attraverso distretti del commercio integrati.
“Difendere le economie di prossimità”, conclude Manenti, “significa tutelare la vivibilità stessa dei nostri paesi e capoluoghi”.
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