Nel teatro della politica contemporanea, la verità sembra essere diventata un accessorio opzionale, un concetto modellabile e piegato alle esigenze del consenso.
Uno dei fenomeni più diffusi e sistematici è la strategia dello scaricabarile retroattivo, la tendenza cioè di chi governa a individuare nei predecessori l’origine di ogni male, trasformando l’eredità ricevuta in un perenne scudo contro le critiche.
Quando un governo si insedia, la narrazione è quasi sempre la stessa: “Abbiamo trovato il caos”, “L’amministrazione precedente ha creato un disasto”, “Siamo qui per riparare i danni”.
Questo approccio assolve due funzioni psicologiche fondamentali.
Intanto alza l’asticella delle aspettative, se il punto di partenza è descritto come catastrofico, anche un risultato mediocre sembrerà un successo.
Crea poi un nemico esterno, è molto più semplice combattere contro il “fantasma” di chi c’era prima che affrontare la complessità dei problemi strutturali.
Tuttavia, questa visione è curiosamente sproporzionata. Se in mezzo alle macerie ereditate spunta un indicatore positivo o un’opera pubblica completata, il merito viene istantaneamente assorbito dall’amministrazione attuale, perchè il passato è colpevole solo per i fallimenti, ma mai complice dei successi.
Ma il punto di rottura di questa strategia avviene quando chi ha preceduto il governo attuale risponde e lo fa con “documenti alla mano”.
Date, numeri, decreti e altro spesso smentiscono la retorica del disastro causato dal passato, ma è qui che entra in gioco l’arma più efficace della politica moderna, il silenzio.
Di fronte all’evidenza dei fatti che smontano l’accusa, chi governa raramente corregge il tiro, anzi rilancia citando cose fatte anche se si sono trovati la tavola già apparecchiata, vedi rifacimento manto stradale.
Semplicemente, smette di parlarne, confidando nel fatto che il ciclo delle notizie è talmente rapido da seppellire la smentita.
Il dibattito non si conclude con un chiarimento, come vorrebbberi i cittadini per capire chi dice il vero, ma con un cambio di argomento. La verità non è più ciò che è dimostrabile, ma ciò che viene ripetuto più spesso e con più forza.
Perché questa strategia funziona così bene? La risposta risiede nell’elettorato.
I sostenitori più accaniti non cercano la verità oggettiva, ma la conferma dei propri pregiudizi.
Se il “leader” dice che la colpa è dei predecessori, il sostenitore ci crede perché ammettere il contrario significherebbe mettere in discussione la propria scelta elettorale e chi governa sa di poter contare su una base che non chiede prove, ma colpevoli. E finché il “passato” potrà essere usato come capro espiatorio, la responsabilità politica del presente resterà un concetto astratto e mai esercitato.
L’evidenza documentale viene snobbata e in questo scenario, la verità non scompare perché viene confutata, ma perché viene resa irrilevante.
In questo perenne gioco di specchi, dove la colpa è sempre un’eredità e il merito è sempre un’intuizione del momento, si smarrisce il senso profondo del servizio pubblico.
L’episodio del Terminal Bus, qui l’articolo, non è che l’ultimo sintomo di una metodo comunicativo che preferisce lo scontro frontale alla trasparenza amministrativa.
Invece di rifugiarsi nel comodo esercizio dello “scaricabarile”, la politica dovrebbe riscoprire il valore del silenzio o, meglio ancora se può, della replica documentata.
Se un assessore in carica ritiene che quanto scritto del suo predecessore sia infondato o inesatto, la strada maestra non è l’attacco a chi governava prima o la narrazione vittimistica, ma la smentita tecnica.
Rispondere con “carte alla mano”, dimostrando, ad esempio, che quella specifica variazione non è farina del proprio sacco o che i documenti esibiti dall’ex assessore sono parziali o decontestualizzati, sarebbe l’unico modo per onorare il mandato ricevuto dai cittadini.
Ma se tale smentita non arriva, se ai documenti si risponde con il mutismo, allora il sospetto diventa certezza, il racconto serve a scaricare le critiche su altri e la verità non è l’obiettivo, è solo un ostacolo da aggirare.
Ammettere un errore, o quantomeno evitare di attribuire ad altri proprie scelte, non è un segno di debolezza, ma un atto di onestà intellettuale.
Delle volte, nel dubbio di non poter smentire l’evidenza, tacere sarebbe un esercizio di stile e di rispetto superiore a qualsiasi tentativo di manipolazione della realtà.
Perché se è vero che i sostenitori possono credere a tutto, è altrettanto vero che i fatti, prima o poi, presentano sempre il conto. Ad Maiora
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