Riceviamo e pubblichiamo
Si è chiusa la lunga stagione del referendum sulla giustizia. È stato un dibattito appassionato, acceso, che ha mobilitato la politica, la magistratura, i media. Da un lato il fronte del Sì, dall’altro quello del No. Entrambi con argomentazioni solenni, entrambi richiamandosi a un principio sacro: la Costituzione.
“La Costituzione Non si tocca!”, “va rispettata sempre!”, “è la nostra carta fondamentale!”. Parole pesanti, pronunciate con la voce tonante di chi sa di difendere un bene comune.
Ecco, io mi fermo qui. E mi faccio una domanda che forse qualcuno considera scomoda.
Perché questa forza, questa mobilitazione, questo schieramento solenne, lo vediamo solo quando si tratta di alcuni articoli della Costituzione, e non di altri?
Perché quando si parla di diritto alla salute (articolo 32), la stessa indignazione si assottiglia? Le liste d’attesa sono infinite. I cittadini aspettano mesi per una visita, anni per un’operazione. Il sistema sanitario pubblico, che la Costituzione dice debba essere “garantito come diritto fondamentale”, è messo sotto pressione, con risorse che calano e un privato a pagamento che avanza. Maglia nera in Italia, dicono i rapporti. Eppure, non vedo manifesti, non vedo comizi, non vedo quella stessa fiera determinazione.
Perché quando si parla di diritto al lavoro (articolo 4), il Sud è condannato da decenni a una disoccupazione dilagante che spinge i nostri giovani a lasciare la terra in cui sono nati? Emigrazione di massa, spopolamento, borghi che muoiono. La Costituzione dice: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Effettivo? In Sicilia, un giovane su due non lavora. E nessuno scende in piazza.
Perché quando si parla di diritto all’istruzione (articolo 34), le scuole del Sud sono quelle con gli edifici più fatiscenti, i fondi più scarsi? A volte non hanno neanche i soldi per una fotocopia. I nostri ragazzi partono svantaggiati ancora prima di iniziare.
Qualcuno risponde: perché sono temi che toccano i cittadini e non i potenti, le lobby! E forse è vero. I temi che vedono i cittadini come destinatari e protagonisti di un servizio non interessano a nessuno. Perché tanto i potenti quegli stessi servizi li avranno con il potere o i con soldi.
Una difesa a geometria variabile.
Quello che abbiamo visto in queste settimane è stato uno scontro tra forze potentissime: la magistratura, la politica, gli schieramenti ideologici. Ognuno con i suoi interessi, le sue ragioni, le sue fazioni. E va bene, è la politica che si confronta. Ma la domanda che un cittadino comune, come me, si pone è questa: dov’è questa stessa forza quando a essere violati sono i diritti che toccano la mia vita ogni giorno?
Dov’era il fronte del Sì quando si tagliavano i fondi alla sanità? Dov’era il fronte del No quando si chiudevano gli ospedali di periferia? Dov’era la mobilitazione solenne quando l’articolo 4 veniva calpestato dalla precarietà, dalla fuga dei cervelli, dalla mancanza di investimenti?
La Costituzione non è un’enciclopedia da citare a pezzi
La Costituzione è un corpo unico. Non si può invocare l’articolo 101 con la fierezza del difensore della patria e poi voltarsi dall’altra parte quando si tratta dell’articolo 32, 34, 4. O la si difende tutta, con la stessa passione, o si smette di usarla come scudo retorico quando fa comodo.
Io credo che la battaglia per la giustizia sia importante. Ma credo anche che non si possa separare dalla battaglia per la salute, per il lavoro, per l’istruzione. Perché senza salute, senza lavoro, senza istruzione, non c’è giustizia che tenga. Non per un cittadino che ogni giorno combatte per arrivare a fine mese, per farsi curare, per trovare un posto che non sia l’ennesimo precariato.
Adriano Nicosia
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