E’ evidente che per provare a percorrere la strada del rinnovamento, o addirittura di una rifondazione, del fallimento della Nazionale non potesse che rispondere chi il calcio italiano lo guida per ruolo istituzionale.
Si è dimesso il presidente della Figc Gabriele Gravina, dopo il fallimento dell’Italia del calcio che non sarà ai Mondiali per la terza volta consecutiva.
Ha fatto l’unica scelta possibile, visto il quadro che l’eliminazione per mano della Bosnia ha reso oggettivamente non più sostenibile. Alle richieste esplicite di un passo indietro, arrivate anche dal Governo, con il ministro dello Sport Andrea Abodi, e dalla politica, con un’iniziativa bipartisan, si è sommata la volontà di un’opinione pubblica che ha spinto perché si voltasse pagina il prima possibile.
Il fallimento del calcio italiano si presta a tante analisi, quasi tutte fondate e quasi tutte parziali. Si può scegliere il punto di vista.
Si può parlare della cifra tecnica, dell’organizzazione e della gestione del sistema, del cambiamento della società. Si può spaziare dalla pochezza mostrata in campo alle formule sempre pronte, ai ‘bambini che non giocano più in strada come una volta’.
Onestà intellettuale vorrebbe però che ci si mettesse d’accordo su un aspetto sostanziale: siamo diventati scarsi, almeno più scarsi di tutte le squadre europee che si sono qualificate per gli ultimi tre Mondiali. Questo dicono i risultati e solo da qui si può ripartire.
Il passo successivo potrebbe essere chiedersi come siano arrivati a questo punto. Con una domanda che forse più di altre ha un fondamento: perché l’Italia non produce più giocatori capaci di fare la differenza?
Non ci sono più, e da anni, i campioni (vengono in mente per primi Totti, Del Piero, Baggio, Pirlo…).
Ma non ci sono neanche i giocatori di talento che hanno gli altri oggi, in Francia, in Germania, in Spagna e in Inghilterra, ma anche in Bosnia come ha dimostrato la partita di ieri.
Da anni, non solo non produciamo fuoriclasse ma non produciamo neanche una tipologia di giocatori indispensabili per vincere le partite: quelli capaci di saltare un uomo, di inventare una giocata, e di farlo con una certa continuità, grazie alle qualità tecniche che sanno esprimere.
Altra domanda pertinente: perché non si affermano in Italia giocatori con queste caratteristiche?
Per una lunga lista di errori che si sono stratificati nel tempo e che hanno una stessa matrice: la mancanza di visione e di competenze, che si legano a una generalizzata ossessione per il risultato immediato, quello ‘a portata di mano’.
Nella lista, si possono segnalare la carenza di progettualità e pianificazione; la sistematica mortificazione del talento puro a vantaggio delle doti fisiche, in tutte le scuole calcio, dal livello più basso a salire nei settori giovanili delle squadre professionistiche; i meccanismi malati con cui fanno affari, dal piccolo cabotaggio ai grandi contratti, intermediari, procuratori e faccendieri; gli altrettanto perversi meccanismi che rendono conveniente importare stranieri da inserire nelle squadre giovanili, senza valorizzare il talento che nasce in Italia.
L’ultima domanda, necessaria, è quella che porta proprio alle dimissioni di Gravina.
Chi ha la responsabilità di questo progressivo impoverimento?
Le risposte in questo caso possono essere più o meno elusive, scomodando fattori sociologici o più concreti fattori economici, perché l’impoverimento è anche legato alle minori risorse investite.
Si possono chiamare in causa le responsabilità delle società di serie A, il vertice della piramide del movimento, oppure andare più giù fino alle più piccole scuole calcio. Sicuramente le responsabilità sono diverse e condivise.
E’ stato però da subito evidente a tutti che per provare a percorrere la strada del rinnovamento, o addirittura di una rifondazione, del fallimento della Nazionale non potesse che rispondere chi il calcio italiano lo deve guidare per ruolo istituzionale: il presidente della Figc.
Fonte Adnkronos di Fabio Insenga
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