Il dibattito politico sulla revoca della cittadinanza si accende drammaticamente dopo i fatti di cronaca di Modena, ma la realtà dei fatti si scontra brutalmente con la propaganda.
Da tre giorni il vicepremier Matteo Salvini rilancia la proposta di legge della Lega per facilitare la revoca della cittadinanza italiana: «Ci lavoriamo da un anno e mezzo, mica si mette in piedi un testo in 24 ore sulla base dei fatti di cronaca», si difende il leader del Carroccio.
Eppure, le tempistiche e i modi suggeriscono proprio il contrario, soprattutto perché il caso di specie, l’attentato commesso dal trentunenne Salim El Koudri, non si presta affatto alla narrazione sovranista.
I tentativi della maggioranza di compiere un gesto eclatante si sono arenati quasi subito tra i corridoi di Palazzo Chigi e del Viminale.
In punta di diritto, l’ipotesi di revocare la cittadinanza a El Koudri non esiste, il giovane è nato a Bergamo e ha ottenuto il passaporto italiano nel 2009, quando il padre è diventato cittadino.
A frenare gli entusiasmi di Salvini sono gli stessi alleati di governo. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani (Forza Italia), ha liquidato la questione ricordando che «c’è già una legge che prevede quando si può togliere la cittadinanza».
Anche Fratelli d’Italia esprime forti perplessità per bocca di Giovanni Donzelli, che definisce il tema “delicato” a causa di complicazioni tecniche evidenziate dal Centro Studi della Camera: il rischio concreto, infatti, è quello di creare “apolidi” , persone rimaste senza alcuna nazionalità, violando la Convenzione ONU di New York del 1961.
Ironia della sorte, una legge sulla revoca esiste già ed è proprio il “Decreto Sicurezza” firmato nel 2018 da Salvini.
Permette la revoca per reati di terrorismo entro 10 anni dalla sentenza definitiva, ma solo se l’interessato possiede un doppio passaporto. I successivi tentativi della Lega, i disegni di legge Iezzi del 2024 e Morrone del 2025, di ampliare i reati o eliminare il vincolo dell’apolidia si scontrano regolarmente con i paletti costituzionali e internazionali.
Dura la reazione delle opposizioni. La segretaria del Pd, Elly Schlein, attacca frontalmente: “Invece di strumentalizzare, bisogna che la destra capisca che sulla sicurezza ha fallito e non si perda l’occasione per mettere al centro la salute mentale”.
Sulla stessa linea il leader del M5S, Giuseppe Conte, che pur riconoscendo la difficoltà nel prevenire simili tragedie, ammonisce: “La politica deve evitare forme di sciacallaggio”.
Sul tema è intervenuto anche il generale Roberto Vannacci, le cui posizioni sulla cittadinanza e sull’identità italiana sono note e spesso polarizzanti. In linea con il suo pensiero espresso più volte, secondo cui la cittadinanza italiana non dovrebbe essere un automatismo o un “regalo” legato a questioni burocratiche, bensì il culmine di un profondo percorso di assimilazione culturale, il generale ha ribadito la necessità di criteri estremamente rigidi e della possibilità di revoca per chi tradisce il patto con lo Stato, rimarcando che l’italianità è una questione di legame profondo con i valori della nazione e non una semplice firma su un passaporto.
Se la politica nazionale discute su codici e leggi, la pancia dei cittadini si esprime sui social, e il territorio nisseno non fa eccezione.
Nelle ore immediatamente successive alla tragedia, prima che emergessero tanti dettagli, tra cui quelli anagrafici, molti profili social si locali sono riempiti dei soliti commenti preconfezionati.
Senza sapere che il protagonista fosse a tutti gli effetti un cittadino italiano nato in Lombardia, molti commentatori lo hanno immediatamente bollato come “terrorista” straniero, liquidando la patologia psichiatrica dell’uomo come la “solita scusa per difendere l’immigrato di turno“.
Quando si è scoperto che l’attentatore era bergamasco di nascita, sui social è sceso un imbarazzato silenzio, oppure si è passati al classico arrampicamento sugli specchi.
Viene spontaneo chiedersi, se l’autore del gesto si fosse chiamato Mario Rossi, italiano da generazioni, certi post intrisi di rabbia sarebbero stati scritti? La reazione collettiva sarebbe stata la stessa?
La risposta è purtroppo in quel riflesso condizionato che popola il web, riassumibile nel “non sono razzista, ma…”.
Un cortocircuito che preferisce la realtà della cronaca e del disagio mentale, alla propria narrazione ideologica, salvo poi scoprire che la realtà, come spesso accade, è molto diversa e più complessa di un semplice slogan elettorale.
Probabilmente, prima di lanciarsi in certi post o commenti, sarebbe il caso di informarsi bene.
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