Il titolo del 21° Rapporto Censis sulla comunicazione non lascia spazio a metafore: “L’informazione nel mirino”.
Nel 2025 sono stati uccisi nel mondo 129 giornalisti e operatori dei media, il numero più alto dal 1992, di cui ben 104 in contesti di guerra.
In Italia la realtà non è meno inquietante, l’assegnazione della scorta all’inviato di Domani Nello Trocchia porta a 29 il numero dei cronisti costretti a vivere sotto protezione.
Ma se i giornalisti rischiano la vita sul campo, il colpo letale all’editoria arriva spesso da “casa”.
Il rapporto, presentato il 28 aprile 2026, fotografa una vera e propria diserzione di massa. L’informazione viene apertamente accusata dall’opinione pubblica di partigianeria e perdita di indipendenza.
La crisi di fiducia si aggrava man mano che ci si allontana dai grandi network nazionali per scendere sul territorio.
Se a livello nazionale il condizionamento politico ed economico è un limite noto che frena la libertà di raccontare le cose esattamente come stanno, è a livello locale che la credibilità dell’informazione subisce il crollo più verticale.
Nelle realtà regionali e cittadine, una fitta rete di testate giornalistiche, emittenti e testate online si trova spesso concentrata nelle mani di proprietà direttamente collegate a centri di potere economico, imprenditoria locale o specifici ambienti politici.
In questi contesti, la prossimità tra controllore e controllato azzera l’autonomia editoriale.
Il risultato è un’informazione fortemente filtrata o addomesticata, dove l’autocensura prevale sul dovere di cronaca per evitare ritorsioni economiche o politiche, lasciando i cittadini privi di una voce realmente libera e indipendente.
I numeri del Censis (raccolti su un campione di 1.200 individui tra i 14 e gli 80 anni) descrivono un pubblico che si è trasformato da utente a giudice severo. Il 59,5% degli italiani evita attivamente i media mainstream, il 58% li consulta solo per scovarvi pregiudizi e interpretazioni ideologiche, il 60,6% cerca notizie su temi ignorati dai canali ufficiali e il 64,6% verifica abitualmente le notizie su fonti alternative.
Quasi due terzi della popolazione italiana tratta ormai i media tradizionali come un imputato da sorvegliare. Crollano i quotidiani cartacei a pagamento (al minimo storico del 21%, perdendo 46 punti dal 2007) e arretrano i telegiornali.
L’informazione si frammenta sui social, 7 utenti su 10 si informano tramite brevi reel, dove le notizie scivolano distratte tra un meme e l’altro.
Il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, evidenzia il circolo vizioso economico che sta distruggendo il settore: “L’informazione costa. Costa pagare giornalisti, strutture, impianti. Quello a cui stiamo assistendo è una crescita al ribasso, con l’uso dell’IA e i bassi contratti dei giornalisti”.
Poiché tre italiani su quattro rifiutano di pagare per informarsi, le redazioni tagliano i budget, appiattendo l’offerta su formati low-cost come i video brevi. Meno qualità genera meno fiducia, e meno fiducia riduce ulteriormente la disponibilità economica dei lettori.
Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, avverte del rischio di un Paese spaccato in due: da un lato chi può permettersi un’informazione verificata, dall’altro chi si affida al primo “guru” della rete, personaggi che, pur presentandosi come paladini della verità senza filtri, spesso rispondono a interessi opachi e non dichiarati.
I guru del web non hanno bisogno di scorta, parlano comodamente a migliaia o milioni di persone che scorrono lo smartphone.
È il prezzo di un’informazione che, schiacciata tra il controllo dei centri di potere e il disimpegno del pubblico, ha smesso di saper generare fiducia.
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