Quello che è successo a Torino, vicino al Campus Einaudi, non è solo un brutale episodio di cronaca, ma un segnale allarmante di una regressione culturale profonda: una vera e propria recrudescenza di razzismo e intolleranza che pensavamo fosse un capitolo chiuso.
Un giovane di 26 anni, originario della provincia di Agrigento e laureato in economia, si ritrova oggi con una doppia frattura alla mandibola e otto punti di sutura sulla testa per un motivo inaccettabile nel 2026, essere meridionale.
Il ragazzo, che lavora come impiegato di banca e vive a Torino da pochi mesi, stava semplicemente passeggiando con un’amica quando ha chiesto indicazioni a un gruppo di coetanei.
Scoprendo le sue origini siciliane, è scattato un corto circuito, insulti discriminatori e poi una furia cieca di calci, pugni e schiaffi che lo hanno fatto perdere i sensi.
“Abbiamo le palle piene dei terroni”, è stata la frase che ha accompagnato l’aggressione.
Questo episodio costringe tutti noi a riflettere seriamente su quale livello di esasperazione e disumanizzazione stia raggiungendo la nostra società, dove c’è una rabbia latente, quasi “animalesca“, che ribolle nelle strade e aspetta solo un pretesto, l’accento, la provenienza, il colore della pelle o l’abbigliamento non conforme ai canoni occidentali, per esplodere in pura violenza xenofoba.
Ma questo ritorno del razzismo non è un fenomeno casuale.
C’è una responsabilità politica e ideologica ben precisa in chi, da anni, alimenta il fuoco del risentimento sociale. I movimenti della destra più estrema hanno lavorato intenzionalmente per esasperare gli animi e legittimare un linguaggio di esclusione che un tempo sarebbe stato impensabile nel dibattito pubblico.
Attraverso la normalizzazione di concetti radicali e teorie discriminatorie, come la retorica identitaria o i piani di “remigrazione” forzata, queste forze politiche hanno dato credito all’idea che esista un “noi” puro da difendere e un “loro” da combattere o respingere.
Mi ritrovo a pensare a come la violenza di strada possa trasformarsi rapidamente, come se fosse un’arma nelle mani di giovani cresciuti a pane e intolleranza.
La memoria collettiva, d’altronde, è breve e facilmente manipolabile, soprattutto nell’era digitale. Ed è proprio qui che si manifesta il paradosso più amaro di questa situazione: per chi gioca sulla paura, passare dal bersagliare il “terrone” a colpire l’immigrato, e viceversa, richiede solo un attimo.
I social network sono diventati il terreno fertile per questa fabbrica del disprezzo, dove politici e profili di propaganda e anche personali alimentano ogni giorno una “cultura” dell’odio fatta di risentimento.
I nemici pubblici vengono cambiati a seconda delle convenienze elettorali o del trend del giorno, ma il meccanismo psicologico che colpisce le masse rimane invariato, quello di trovare un capro espiatorio su cui scaricare le frustrazioni collettive.
Così, il meridionale che un decennio fa veniva messo all’indice, oggi si ritrova di nuovo nella medesima situazione, vittima delle stesse categorie che l’estrema destra applica a chi arriva da altri paesi.
I confini geografici dell’intolleranza possono cambiare, ma la matrice ideologica e culturale della violenza rimane esattamente la stessa.
Se non si interrompe questa narrazione “tossica”, e se i movimenti radicali non smetteranno di sfruttare la rabbia sociale per ottenere voti e visualizzazioni, episodi come quello di Torino smetteranno di essere eccezioni e diventeranno una spaventosa normalità.
Quel ragazzo a terra in via Reggio non è solo la vittima di tre ventenni violenti, è è l’immagine di una società in cui l’odio politico è diventato il linguaggio di tutti i giorni.
Ci tengo a chiarire una cosa a titolo del tutto personale. Sulle mie pagine non consentirò mai che elementi con discorsi del genere trovino spazio. Non tollererò mai chi fomenta l’odio o cerca giustificazioni per questo genere di atteggiamento.
E a chi si affretta a liquidare la questione definendo la maggior parte degli stranieri come “delinquenti”, vorrei ricordare un dettaglio fondamentale.
Quando si parla di stranieri, la retorica dei fomentatori d’odio invoca immediatamente espulsioni e pugno di ferro, cosa che spesso avviene.
Eppure, i delinquenti esistono anche tra chi si autoproclama di “razza pura”, il caso Torino docet, la differenza è che quando a commettere fatti simili, o persino peggiori, sono questi ultimi o addirittura gente del posto, quegli stessi seminatori di rancore improvvisamente tacciono, perdono la voce e non dicono una sola parola. Questo doppio standard ed una certa metalità non sono più accettabili. Ad Maiora
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