C’è una data ufficiale per la fine delle ostilità e lo sblocco delle rotte energetiche globali: il prossimo 19 giugno Stati Uniti e Iran firmeranno formalmente l’accordo strategico che punta a chiudere il drammatico capitolo del conflitto bellico che ha visto coinvolto anche Israele.
La cerimonia ufficiale di firma avrà luogo venerdì 19 giugno in Svizzera”, ha reso noto su X il premier pachistano Shehbaz Sharif.
L’annuncio segna una distensione attesa dai mercati di tutto il mondo. Il presidente americano Donald Trump ha confermato che lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito del petrolio mondiale rimasta a lungo sotto scacco e bloccata dalle tensioni militari, verrà riaperto alla libera navigazione. Nonostante l’intesa raggiunta, le due superpotenze si trovano già nel pieno di una feroce guerra di propaganda, offrendo ai rispettivi canali interni interpretazioni diametralmente opposte sull’esito del tavolo negoziale.
Dalla Casa Bianca e dai comizi americani la narrazione è improntata sul trionfalismo militare e strategico. Donald Trump rivendica il successo dell’Operazione Epic Fury, parlando di una capacità missilistica iraniana ridotta al lumicino e del totale annichilimento delle minacce nucleari e della flotta navale nemica. Secondo l’amministrazione statunitense, l’accordo del 19 giugno rappresenta la resa formale di Teheran di fronte alla superiorità tecnologica e bellica degli Stati Uniti e alla solidità dell’asse d’acciaio con l’alleato israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu. Per Washington, la riapertura di Hormuz avviene esclusivamente “alle condizioni americane”, con l’Iran costretto a rinunciare alle sue scorte di uranio arricchito e a smantellare i propri asset strategici.
Di tutt’altro avviso sono i media statali iraniani e la diplomazia della Repubblica Islamica, che celebrano le ultime notizie come un clamoroso trionfo nazionale. Secondo i network ufficiali di Teheran, sono stati gli Stati Uniti a essere “costretti a firmare” l’accordo, piegati dalla resilienza militare iraniana e dall’insostenibilità economica del blocco delle rotte petrolifere.
Per i media di regime, il fatto stesso che Washington abbia dovuto sedersi al tavolo delle trattative e concedere garanzie di non aggressione per il futuro dimostra il fallimento della strategia sanzionatoria e della pressione militare della Casa Bianca. Teheran proclama dunque la vittoria geopolitica, sostenendo di aver salvaguardato la propria sovranità e di aver costretto la superpotenza occidentale a retrocedere dallo scontro frontale.
Al di là delle opposte propagande, il dato concreto e più rilevante per la comunità internazionale resta l’imminente sblocco dello Stretto di Hormuz. Nei giorni scorsi, la chiusura e i ripetuti attacchi alle navi commerciali avevano fatto schizzare i prezzi del greggio e seminato il panico nelle cancellerie europee e asiatiche. La firma del 19 giugno, sebbene siglata in un clima di profonda e reciproca diffidenza, introduce una tregua fondamentale per evitare il collasso delle catene di approvvigionamento energetico globale.
Italia, Francia, Germania e Regno Unito accolgono con soddisfazione l’accordo tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra. I leader dei 4 paesi evidenziano l’importanza della riapertura dello Stretto di Hormuz e ipotizzano la revoca di sanzioni se Teheran onorerà gli impegni relativi al programma nucleare
Resta ora da capire come Israele gestirà il post-conflitto e se i falchi di Teheran rispetteranno i rigidi protocolli di smilitarizzazione previsti dal memorandum d’intesa. Per il momento, le armi lasciano spazio alla diplomazia, ma la battaglia per decidere chi abbia davvero “vinto” la guerra è appena iniziata.
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