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Caltanissetta: “Com’era, com’è”

Last updated: 16/06/2026 6:56
By Sergio Cirlinci 125 Views 10 Min Read
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Caltanissetta, adagiata tra le colline del centro Sicilia, è spesso descritta come una città custode di tradizioni immutabili.

Eppure, grattando sotto la superficie, la “Nissa” di oggi racconta una storia di profonde metamorfosi urbane, sociali e culturali.

Se i nostri nonni potessero fare un salto temporale dagli anni ’50 o ’60 a oggi, troverebbero una città radicalmente diversa, per certi versi più moderna, per altri nostalgica di un fermento che sembra essersi assopito.

Il cambiamento più evidente balza agli occhi guardando l’assetto urbanistico.

Per generazioni, il cuore pulsante della vita cittadina è stato il centro storico. Corso Umberto I e Piazza Garibaldi erano il “salotto buono”, il luogo dello “struscio” domenicale, dei caffè storici e dei negozi d’alta moda, attrattivi per i paesi vicini. La città finiva poco oltre la monumentale Fontana del Tritone.

Oggi il baricentro si è spostato. L’espansione edilizia dagli anni ’80 in poi ha dato vita a nuovi quartieri commerciali e residenziali, come la zona di via Rochester, via Due Fontane, il quartiere San Luca e Balate-Pinzelli.

Il centro storico combatte oggi non solo contro lo spopolamento commerciale, ma anche contro un preoccupante degrado di quelle vie e di quei quartieri che un tempo erano densamente popolati e piene di vita.

Simbolo doloroso di questa crisi è la situazione del mercato storico della Strata ‘a foglia. Un luogo che un tempo era un tripudio di colori, voci, profumi e socialità autentica, e che oggi si ritrova ridotto a pochissime bancarelle superstiti. Camminare tra quei vicoli svuotati infonde una profonda tristezza in chiunque abbia vissuto quel mercato negli anni passati, quando rappresentava il vero motore della città.

A soffrirne maggiormente sono le storiche architetture del cuore antico, palazzi nobiliari e storici di una certa importanza che oggi appaiono spenti e isolate, mentre la movida e lo shopping si sono frammentati verso le nuove arterie della città.

Caltanissetta ha legato per quasi due secoli il suo nome e la sua ricchezza a un minerale. Lo zolfo.

Tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento, Caltanissetta era la “Capitale mondiale dello zolfo”. Le miniere, come la Trabonella o la Gessolungo, dettavano i ritmi dell’economia locale, creando una classe di ricchi proprietari ma anche una durissima realtà operaia. La città era un polo industriale e finanziario di prim’ordine in Sicilia e non solo.

Con la chiusura definitiva delle miniere nella seconda metà del secolo scorso, quell’era si è chiusa per sempre. Quello che avrebbe potuto essere un grande volano economico basato sulla memoria e sul turismo si è rivelato, purtroppo, una dolorosa occasione persa. I vecchi siti estrattivi versano in uno stato di totale abbandono e degrado, specchio di una valorizzazione che non è mai decollata davvero. L’economia nissena si è così riconvertita a fatica, piegandosi su un settore terziario fatto di servizi, pubblica amministrazione e un’agricoltura, come la coltivazione del grano e la produzione del torrone tipico.

C’è stato un tempo in cui Caltanissetta era anche un faro culturale per l’intera isola, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Piccola Atene”.

Per quanto riguarda il fermento culturale, in passato la città era frequentata da intellettuali del calibro di Leonardo Sciascia, Pier Maria Rosso di San Secondo e Vitaliano Brancati. La libreria Sciascia era un polo di dibattito nazionale. Oggi, questo glorioso passato viene difeso a denti stretti da associazioni locali e festival, ma la città soffre la fuga dei cervelli e lo spostamento dei giovani verso le grandi università fuori provincia.

Anche il mondo dell’istruzione riflette questa transizione. Caltanissetta era storicamente un polo d’eccellenza per gli studi agrari, con listituto tecnico Agrario di Caltanissetta, oggi Istituto di Istruzione Superiore Senatore Angelo Di Rocco, e minerari grazie allo storico Istituto Sebastiano Mottura, Iti Mottura.

Nel presente, sta cercando con determinazione di diventare una città universitaria, ma l’obiettivo è ancora ben lontano dal realizzarsi. Si vive in una fase di attesa, mancano nuovi corsi di laurea capaci di attrarre nuovi iscritti e mancano soprattutto sedi adeguate e degne di accogliere la comunità studentesca. Gli studenti soffrono la carenza di aule non adeguate e di servizi essenziali, a partire dalla mancanza di una vera mensa universitaria.

Le speranze di una svolta reale sono oggi riposte nel progetto su cui l’amministrazione comunale sta puntando con forza, il recupero e la rifunzionalizzazione dell’ex palazzo della Banca d’Italia, destinato a diventare una sede centrale e idonea per l’ateneo.

Nonostante le saracinesche che sono chiuse o che cambiano, l’abbandono di alcune aree e le complesse sfide economiche, c’è un’anima di Caltanissetta che il tempo non ha scalfito: la Settimana Santa.

La passione con cui la città vive i riti del Giovedì Santo, con la sfilata delle maestose Vare, i gruppi sacri ottocenteschi dei padri e figli Biangardi, o il silenzio devoto del Venerdì Santo attorno al Signore della Città, è esattamente la stessa di un secolo fa.

È il filo rosso che unisce la Caltanissetta di ieri a quella di oggi, un momento in cui l’orgoglio e l’identità nissena tornano a splendere senza tempo.

Un altro specchio impietoso del cambiamento cittadino è lo stato delle sue aree verdi pubbliche, dalla storica Villa Amedeo alla Villa Cordova e dagli altri giardini di quartiere.

In passato, le ville comunali rappresentavano il fiore all’occhiello del decoro urbano, veri e propri luoghi di ritrovo. Erano spazi curati nei minimi dettagli, caratterizzati da fontane rigogliose con giochi d’acqua limpidi e da una vegetazione lussureggiante, potata con maestria e sempre all’altezza del nome della città. Lì ci si incontrava per una passeggiata all’ombra, per leggere un libro o per far giocare i bambini in una cornice di autentica bellezza paesaggistica.

Oggi la situazione è purtroppo sotto gli occhi di tutti. Il contrasto con il passato è stridente, le fontane, un tempo vanto cittadino, sono spesso asciutte, sporche o malfunzionanti, mentre il verde pubblico sconta anni di incuria, con piante non valorizzate e arredi urbani vandalizzati o fatiscenti. Da oasi di socialità e frescura, le ville si sono trasformate in zone spesso desolate, lasciando nei cittadini un profondo senso di nostalgia per quel decoro perduto.

A questa già fragile situazione si è aggiunto il vuoto lasciato dalla chiusura del Parco Dubini, una splendida area di proprietà dell’ASP. Il parco è da tempo al centro di accese discussioni e di probabili, e si spera efficaci, tavoli tecnici volti a trovarne una via per la riapertura e il suo recupero. Nel frattempo, si è cercato di “sostituirlo” offrendo alla cittadinanza il Parco Balate, adesso per tutti Parco Assunto. Tuttavia, ovviamente il paragone non regge affatto, per i motivi di estensione, storia, vegetazione e fascino botanico che ben tutti conosciamo, lasciando la città orfana di un vero e imponente polmone verde.

Caltanissetta “com’era” non tornerà più, ed è quasi fisiologico che sia così.

La sfida della Caltanissetta “com’è” e di quella che sarà sta nel trovare il coraggio di curare le proprie ferite, strappare il centro storico e le miniere al degrado, e dare risposte concrete ai giovani universitari per trasformare i progetti sulla carta, come quello della ex Banca d’Italia, in una realtà solida e accogliente.

Il vero riscatto economico e sociale della città, tuttavia, passa inevitabilmente da due pilastri interconnessi.

Insieme allo sviluppo concreto dell’università, è fondamentale che si sblocchi la partita del Policlinico, una promessa da troppo tempo ferma al palo e quasi dimenticata dalla politica, ma che resta vitale per il territorio.

Il binomio tra alta formazione accademica e una struttura sanitaria d’eccellenza potrebbe fare da reale volano per l’economia locale in generale.

Solo così si potrà finalmente tamponare la costante emorragia di giovani e meno giovani, oggi costretti a un’autentica migrazione forzata, lasciando la propria terra per poter studiare altrove o per cercare un lavoro che sia dignitoso e degno di essere chiamato tale. Ad Maiora

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