C’è una dote innata, quasi mistica, che accomuna molte persone. Quel tempismo“idraulico”, quella capacità di fiutare la falla nello scafo un secondo prima che l’acqua arrivi alla cintura.
Il vecchio proverbio dice che quando la nave affonda i topi scappano, ma ridurla a una questione di roditori sarebbe ingeneroso.
Questa pratica del salto è in realtà diffusissima, uno sport nazionale trasversale a ogni ambiente.
Qui parliamo di alta scuola di sopravvivenza, un’arte che oggi vede protagonisti due profili ben precisi, chi abbandona la nave in tempo e chi viene buttato giù dal Comandante.
Si tratta di due percorsi diversi, uniti dallo stesso identico traguardo, ovvero trasformarsi un minuto dopo nei più grandi critici del disastro.
Quello che colpisce, tuttavia, è che sino a quando si era dentro, accettati e coccolati, tutto era incredibilmente bello, splendido e privo di macchia.
Perchè si sa salire a bordo, specie se la nave è un lussuoso transatlantico che viaggia col vento in poppa, è di una facilità disarmante.
Nella vita quotidiana come nei palazzi del potere, salire sul carro dei vincitori richiede infatti pochissimo sforzo. Ci si mette la faccia, opportunamente rimodellata a favore di telecamera, ci si mette l’anima e, soprattutto, si difende l’indifendibile.
In questa prima fase dorata i fedelissimi sono più realisti del Comandante. Il Capo ha sempre perfettamente ragione, ogni sua iniziativa è un miracolo mai visto prima nella storia dell’umanità, e ci si fanno i selfie a prua guardando dall’alto in basso chi, rimasto a terra, solleva timidi dubbi sulla rotta.
Poi, inevitabilmente, arriva il mare vero. Le promesse non mantenute, gli annunci andati a vuoto e le prime batoste costringono a capire che difendere l’indifendibile è un lavoro usurante.
Non basta più la classica arrampicata sugli specchi, serve la capacità di farla sui vetri bagnati. Ed è qui che le strade dei nostri protagonisti si dividono, pur portando allo stesso risultato.
Da un lato ci sono i fuggiaschi preventivi. Intendiamoci, cambiare idea o rendersi conto camminando che qualcosa non funziona più non è un peccato. Anzi, accorgersi che la rotta è sbagliata e decidere di non perseverare nell’errore è un chiaro segnale di intelligenza e maturità politica.
Quando il Capitano o i suoi iniziano a dare la colpa della crisi al complotto dei meteorologi, il fedelissimo scaltro non si limita a riflettere, ma consulta fulmineo le sue previsioni meteo.
La sua parabola diventa netta, prima il leader è un genio, poi è stato semplicemente frainteso, e infine scatta la ritirata strategica.
La fuga richiede una grazia acrobatica non indifferente, ci si dimette per motivi personali o per non condivisione, omettendo che lo si fa per evitare il naufragio imminente.
Dall’altro lato troviamo i silurati dell’ultima ora. Ci sono infatti quelli che sulla nave ci sarebbero rimasti volentieri, ma vengono bruscamente spinti giù dal Comandante, magari utilizzati come capri espiatori per distrarre la ciurma. Davanti al loro improvviso cambio di rotta, qualcuno a terra potrebbe malignamente pensare che si tratti solo di una banale e rancorosa vendetta. Eppure, a guardare bene, la verità è spesso un’altra. La crepa nel rapporto era ormai aperta e profonda. Sarebbe stato solo questione di tempo, un conto alla rovescia inevitabile, e prima o poi si sarebbe comunque arrivati alla spaccatura irreparabile.
Sta di fatto che, un secondo dopo essere stati messi alla porta, questi ex alleati vengono investiti da una folgorazione L’amore cieco si trasforma istantaneamente in sacro sdegno e in una spietata lucidità retroattiva.
L’apice di questa transumanza, si compie però a piedi asciutti. Che siano scesi da soli o che siano stati spinti giù, una volta toccata terra ed essersi messi in salvo, assistiamo al miracolo della trasformazione.
Dal molo della banchina, con una tazza di caffè caldo in mano e i piedi ben saldi sul cemento, sia i fuggiaschi che i silurati si trasformano istantaneamente nei più severi e spietati critici del disastro, dimenticando i tempi in cui tutto sotto quel comando sembrava risplendere di una luce quasi accecante.
Chi ha condiviso tutto, dai benefici al potere, dai selfie alle decisioni, si riscopre improvvisamente saggio, distaccato e, soprattutto, totalmente innocente.
Diventa facilissimo puntare il dito contro il relitto che cola a picco, fare la morale a chi è rimasto a bordo e liquidare come errori imperdonabili quelle stesse identiche scelte che fino a ieri si difendevano a spada tratta.
Adesso guardano la nave affondare, scrollano le spalle e commentano che loro lo avevano detto che quella rotta era sbagliata. Certo, peccato solo averlo detto dopo aver preso la scialuppa, o dopo essere stati scaricati in porto.
Tuttavia, per non scivolare nel cinismo assoluto e non colpevolizzare oltremodo chi è andato via o chi è stato allontanato, è giusto concedere il beneficio del dubbio e guardare al futuro.
L’augurio sincero è che adesso queste voci fuori dal coro, queste denunce e queste prese di posizione, che a un osservatore superficiale potrebbero persino sembrare dettate da pure vendette personali o rancori, si tramutino finalmente in qualcosa di utile.
C’è da sperare che l’esperienza accumulata a bordo diventi benzina per azioni concrete, capaci di contribuire a cambiare una volta per tutte la rotta distruttiva di questa nave, o persino il suo comandante e i suoi ufficiali.
Si abbia anche il coraggio di dire i cosidetti segreti delle stanze, su fatti e avvenimenti che direttamente o indirettamente hanno coinvolto l’intera comunità che, alle fine, è quella che ne paga sempre il conto.
Il tutto, sia chiaro, dovrebbe avvenire solo ed esclusivamente per il bene superiore della città e della comunità, e non per tornaconto personale.
Se la critica costruttiva prenderà il posto dell’opportunismo, allora anche un traumatico addio potrà dirsi utile alla causa collettiva.
Buon viaggio a tutti e avanti i prossimi.
Nel frattempo, è giusto fare un avviso a chi è rimasto a bordo. Ricordatevi sempre di controllare dove sono posizionati i giubbotti di salvataggio…non si sa mai.
E mentre la politica litiga, per sè, la città è invasa dai rifiuti, cominciano le prime interruzioni idriche e i cittadini apettano che si sffrontino e risolvino le grandi tematiche, per quella che sembra ormai esse diventato uno slogan propagandistico, la rinascita della città.. Ad Maiora
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