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Caltanissetta 401 > News > Cronaca > Attentato a Ranucci, svolta nell’inchiesta: Lavitola confessa al Gip: «Sono io il mandante»
Cronaca

Attentato a Ranucci, svolta nell’inchiesta: Lavitola confessa al Gip: «Sono io il mandante»

Autore: Redazione Visualizzazioni: 60 Tempo di lettura: 4 Pubblicato il: 12/08/2026
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Una clamorosa ammissione scuote l’inchiesta sull’attentato dinamitardo che il 16 ottobre scorso ha colpito la casa del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, a Pomezia. Dopo settimane di smentite, Valter Lavitola ha confessato davanti al Giudice per le Indagini Preliminari di essere stato il mandante dell’azione criminale.

Contents
La tesi del mandante: «L’ho fatto per fargli alzare la scorta»L’incognita sulla consapevolezza e il nodo RaiI punti chiave del caso

La svolta è giunta al termine di un lungo e serrato interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, durato oltre cinque ore (dalle 12:00 alle 17:30) alla presenza del PM Edoardo De Santis. Una scelta che ribalta completamente la posizione dell’imprenditore ed ex faccendiere, il quale fino allo scorso luglio — a seguito delle perquisizioni a suo carico — si era proclamato del tutto estraneo ai fatti, dicendosi «sconcertato» dalle accuse.

La tesi del mandante: «L’ho fatto per fargli alzare la scorta»

A rendere ancora più singolare il quadro investigativo è la giustificazione fornita dallo stesso Lavitola durante il colloquio con il magistrato. L’imprenditore sostiene di aver commissionato l’attentato con un’intenzione apparentemente protettiva nei confronti del giornalista:

«L’ho fatto per proteggere Sigfrido. Il mio obiettivo era fare in modo che ottenesse una scorta più forte per tutelarlo da eventuali minacce ancora più gravi.»

A riferire i dettagli dell’interrogatorio è stato il suo legale, l’avvocato Sergio Cola, all’uscita dal carcere di Rebibbia. Il difensore ha definito l’azione un atto «indubbiamente delittuoso», pur ribadendo la tesi del proprio assistito: l’attentato sarebbe stato ideato per lanciare un allarme istituzionale e spingere le autorità a innalzare i livelli di tutela attorno a Ranucci, minacciato da soggetti pericolosi. Va ricordato che, all’indomani dell’esplosione dell’ordigno davanti all’abitazione di Pomezia, le misure di sicurezza per il giornalista Rai erano state effettivamente raddoppiate.

L’incognita sulla consapevolezza e il nodo Rai

Resta tuttavia aperto un interrogativo centrale nell’indagine. Sollecitato dai cronisti su una possibile consapevolezza o cooperazione da parte di Ranucci riguardo ai piani dell’imprenditore, l’avvocato Cola si è trincerato dietro un rigido «no comment».

Nel frattempo, la Procura di Roma prosegue gli accertamenti tecnici: sotto la lente degli inquirenti ci sono i dispositivi informatici e telefonici sequestrati a luglio (smartphone, computer, email e messaggi vocali) per verificare la tenuta della versione fornita da Lavitola e chiarire l’esatta dinamica dei contatti.

Gli sviluppi dell’inchiesta continuano a produrre forti scosse di assestamento anche a Viale Mazzini. Il Comitato Etico e l’Amministratore Delegato della Rai stanno analizzando gli atti per valutare la posizione del conduttore e le ricadute sulla trasmissione Report.

I punti chiave del caso

  • Il fatto: Esplosione di un ordigno il 16 ottobre davanti alla residenza di Sigfrido Ranucci a Pomezia.
  • La confessione: Valter Lavitola ammette dopo 5 ore di interrogatorio a Rebibbia di essere il mandante.
  • Il movente dichiarato: Costringere le autorità ad aumentare la scorta del giornalista.
  • La posizione di Ranucci: Il legale di Lavitola risponde «no comment» sulla consapevolezza del conduttore.
  • Le indagini: Continuano le analisi forensi su chat, mail e vocali sequestrati; la Rai valuta le contromisure aziendali.

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