Cosa prevede il programma Nato nel 2023, si chiama Gcap e sta per Global Combat Air Program: è il progetto di Italia, Giappone e Gran Bretagna nato a dicembre 2023 per costruire entro il 2035 caccia militari di sesta generazione. Il progetto è nato da una joint venture tra Leonardo, Bae Systems e la
giapponese Mitsubishi
Mentre il primo ministro britannico Keir Starmer ha chiesto ai suoi concittadini di prepararsi a una guerra in Europa (con tanto di piano per il riarmo), è in atto uno scontro diplomatico sottotraccia tra il governo italiano e quello britannico su un programma di Difesa su cui l’Italia punta molto: il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto per gli aerei da combattimento di sesta generazione nato
dalla cooperazione tra Italia, Regno Unito e Giappone appena benedetto dalla Commissione Europea che non ha rilevato problemi di concorrenza sleale.
La joint venture per i nuovi cacciabombardieri è nata a dicembre 2023 grazie all’alleanza tra l’italiana
Leonardo, la britannica Bae Systems e l a giapponese Mitsubishi Heavy Industrise, ma da mesi sul programma hanno messo gli occhi i sauditi che vogliono contribuire mettendo a disposizione i propri investimenti nel settore della Difesa.
L’Italia è favorevole all’ingresso saudita e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ne avrebbe
parlato con il principe saudita Mohammed bin Salman nella sua visita a fine gennaio scorso sotto la tenda di Al-Ula, dopo la quale si è detta esplicitamente a favore dell’ingresso nel programma.
Ii problema è che il Giappone, e ora anche la Gran Bretagna, stanno frenando. È stata Tokyo la prima a manifestare la contrarietà: in primis perché un ingresso dei sauditi significherebbe modificare il programma, in secondo luogo perché il Giappone – che da anni ha costruito la propria crescita sui valori della democrazia liberale – non vede di buon occhio il mancato rispetto dei diritti umani e la partecipazione a molti conflitti da parte del regime di Bin Salman.
Ma se finora la Gran Bretagna aveva mantenuto una posizione quantomeno neutrale, la scorsa
settimana è stato l’ambasciatore britannico in Italia, Edward Llewellyn, a esprimere cautela sull’ingresso dei sauditi. Mercoledì scorso quest ’ultimo è stato ascoltato in commissione Esteri e Difesa del Senato proprio per parlare del programma Gcap. Dopo aver elogiato l’importanza della cooperazione e dei rapporti tra Italia e Regno Unito, però, a domanda specifica del senatore del Pd Alessandro Alfieri, l’ambasciatore britannico ha frenato. Quest’ultimo ha premesso che “tutti e tre i Paesi sono aperti a nuove partnership” e che il ministro
della Difesa britannico è stato recentemente in Giappone, ma poi ha specificato quali sono
le condizioni per l’ingresso: in primis che bisogna rispettare l’accordo e “la data di entrata in servizio del programma, cioè il 2035: questo è molto importante. Dobbiamo far sì che il programma mantenga questa scadenza”, ha spiegato l’ambasciatore Llewellyn. Poi, ha concluso specificando che “bisogna procedere insieme” perché, pur avendo “due approcci e due criteri”, “questo è un accordo trilaterale: prendiamo le decisioni insieme”. Insomma, i tre Paesi devono essere d’accordo.
Un linguaggio diplomatico che è stato visto ai piani alti del governo come un freno all ’ingresso dei sauditi nel piano per i nuovi caccia di sesta generazione. Senza il Giappone, insomma, non c’è possibilità e soprattutto non è possibile fare modifiche al programma come vorrebbero i sauditi.
Una inversione rispetto a qualche mese fa quando proprio Londra aveva aperto alla collaborazione
con Riad soprattutto per una ragione di investimenti economici.
Tensioni tra i due governi che sono iniziate già a metà aprile. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando con la Reuters, aveva spiegato che il governo britannico non stava condividendo a pieno con Italia e Giappone la tecnologia del programma Gcap
chiedendo di abbattere “le barriere dell’egoismo ”.
Da ilFattoQuotidiano di Giacomo Salvini

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