I rapporti tra Stati Uniti e Israele attraversano uno dei momenti di massima frizione della storia recente. Secondo quanto rivelato da un’inchiesta della Nbc (e rilanciata in Italia dall’agenzia Adnkronos), il Pentagono ha innalzato al livello massimo l’allerta di controspionaggio nei confronti dello storico alleato mediorientale. L’intelligence americana teme che Tel Aviv stia conducendo una massiccia operazione di sorveglianza interna per captare in anticipo le mosse e le deliberazioni riservate dell’amministrazione guidata da Donald Trump.
A far scattare il campanello d’allarme è stata la Defense Intelligence Agency (DIA), l’agenzia d’intelligence del Pentagono, che nelle scorse settimane ha diffuso un messaggio interno di sette pagine accompagnato da grafici esplicativi. Nel documento, il livello di minaccia rappresentato dalle attività informative israeliane sul suolo americano è stato catalogato come “critico”, il gradino più alto della scala di valutazione del controspionaggio.
Se storicamente Israele è sempre stato monitorato con attenzione dai servizi di Washington – pur rimanendo il principale partner strategico nell’area – questa riclassificazione evidenzia un cambio di passo radicale e una preoccupazione senza precedenti da parte dei vertici militari americani.
Al centro delle attività di intercettazione e raccolta dati dei servizi israeliani ci sarebbe una figura chiave della nuova diplomazia americana: Steve Witkoff. Witkoff, inviato speciale del Presidente Trump, è l’uomo di fiducia della Casa Bianca incaricato di gestire i dossier più caldi e delicati della geopolitica globale: dai conflitti in Medio Oriente alla guerra tra Russia e Ucraina, fino al complicato asse diplomatico-militare con l’Iran.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense (due funzionari in attività e un ex ufficiale), l’obiettivo degli 007 israeliani sarebbe quello di carpire in anticipo i processi decisionali e le reali intenzioni dell’amministrazione Trump sulla gestione delle crisi regionali, specialmente in una fase in cui la strategia di Washington sul contenimento dell’Iran e sui teatri bellici non coincide del tutto con l’agenda del governo israeliano.
Dietro le quinte: la telefonata di fuoco tra Trump e Netanyahu
L’ombra dello spionaggio si inserisce in un quadro politico già fortemente deteriorato. Le indiscrezioni filtrano infatti a pochi giorni di distanza da un durissimo scontro verbale avvenuto proprio tra il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Durante un colloquio telefonico definito “tesissimo”, Trump avrebbe manifestato tutta la sua frustrazione per il prosieguo delle operazioni militari israeliane in Libano, rivolgendosi a Netanyahu con toni insolitamente duri (“Sei un fottuto pazzo”, stando alle ricostruzioni), accusandolo di minare la stabilità e gli sforzi diplomatici americani per un cessate il fuoco definitivo.
La fuga di notizie evidenzia una profonda crisi di fiducia tra la Casa Bianca e la leadership di Tel Aviv. Se da un lato Israele cerca di tutelare i propri interessi nazionali e la propria sicurezza stringendo i tempi sulle operazioni militari, dall’altro l’amministrazione Trump sembra intenzionata a non farsi scavalcare, imponendo una linea diplomatica che non ammette interferenze o zone d’ombra, men che meno se ottenute tramite la sorveglianza clandestina dei propri emissari.
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