Il neo-governatore accelera la rottura con l’eredità di De Luca. Ritirato il bando da 5 miliardi sulla rete idrica e azzerati i fondi discrezionali, ma l’apparato regionale resiste.
A pochi mesi dal suo insediamento, Roberto Fico segna il solco della discontinuità. Il mandato dell’ex Presidente della Camera alla guida della Regione Campania entra nel vivo con una mossa che è insieme amministrativa e simbolicamente identitaria: il ritorno all’acqua pubblica.
La decisione di ritirare il bando per la gestione della grande rete acquedottistica regionale non è solo un atto tecnico, ma una dichiarazione di guerra al “modello” costruito nell’ultimo decennio da Vincenzo De Luca.
Per quindici anni la Campania ha proceduto in direzione contraria all’esito del referendum del 2011. La giunta De Luca aveva puntato tutto sulla GRIC S.p.A. (Grandi Reti Idriche Campane), una società mista destinata a gestire la rete primaria. Il piano era ambizioso: una gara per cedere il 49% a un socio privato con un affidamento trentennale dal valore di 5 miliardi di euro.
Il 6 marzo 2026, Fico ha staccato la spina. Nonostante il Tar avesse già sospeso il bando, il governatore ha preferito l’autotutela:
“La gestione di una risorsa preziosa come l’acqua deve restare integralmente in mani pubbliche”, ha dichiarato.
Tuttavia, restano le incognite tecniche. Le reti campane perdono acqua in modo strutturale e il piano De Luca prevedeva 2 miliardi di investimenti privati. Senza quei fondi, resta da capire come la nuova giunta intenda finanziare l’ammodernamento delle infrastrutture.
Mentre Fico firma la delibera di rottura, l’apparato regionale sembra muoversi con un’inerzia differente. Un’inchiesta di Fanpage.it ha rivelato un corto circuito burocratico: appena quattro giorni prima del ritiro del bando, la Direzione Generale sul Ciclo delle Acque affidava una consulenza da 31.200 euro proprio per la costituzione della GRIC. Un incarico che, paradossalmente, risulta ancora attivo sotto lo stesso dirigente che ha firmato la revoca del progetto.
Inoltre, resta il nodo politico di Fulvio Bonavitacola. L’ex braccio destro di De Luca, architetto del modello idrico ora smantellato, siede ancora in giunta come assessore alle Attività Produttive, sebbene la delega alle acque sia passata alla “fichiana” Claudia Pecoraro.
La manovra finanziaria da 38,5 miliardi presentata da Fico punta a ripulire il bilancio dalle cosiddette spese di cortesia. Nel mirino è finita la Legge 28, il celebre “fondo del presidente” da 2 milioni di euro annui, utilizzato in passato per finanziare eventi e cultura con criteri spesso discrezionali tramite la Scabec.
Fico ha azzerato il fondo, spostando le risorse sul sociale e inviando un messaggio gelido al Consiglio Regionale:
–Stop alle norme-mancia: Niente fondi agganciati alla finanziaria senza programmazione.
–Tagli agli sprechi: Sotto esame fondazioni “fantasma” con social fermi al 2020 e cortometraggi finanziati ma mai prodotti.
–Revisione partecipate: Al via la ricognizione sulle società regionali, a partire dalla centrale acquisti della Sanità (che assorbe il 70% del bilancio totale).
Per ora, la Campania naviga in esercizio provvisorio. La “rivoluzione” di Fico si sta concentrando sulla fase di smantellamento del vecchio sistema, un’operazione necessaria ma complessa in una macchina amministrativa che per dieci anni ha risposto a una sola logica di comando. Se smontare il passato è il primo passo, la sfida di Fico sarà dimostrare di avere una proposta costruttiva altrettanto solida per gestire i servizi essenziali dei cittadini campani.
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