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Capaci, 34 anni dopo: La memoria della strage divide la politica tra cerimonie di Stato e rabbia di piazza

Last updated: 24/05/2026 8:00
By Redazione 55 Views 5 Min Read
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Le massime cariche dello Stato si sono mosse sui binari del cordoglio e del fermo impegno nel contrasto alle consorterie mafiose.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha voluto blindare l’azione dell’esecutivo ricordando come il sacrificio di Capaci debba essere “una guida costante per l’azione di governo, affinché il sangue di chi ha difeso lo Stato non sia stato versato in vano”.

Sulla stessa linea il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, che ha invocato un rinnovo del patto civile tra istituzioni e cittadini.

A Palermo, il sindaco Roberto Lagalla ha fatto eco alle parole che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella riserva storicamente a questa giornata, esortando a trasformare la memoria in una pratica quotidiana e non in un mero rito di calendario.

Ma il 23 maggio a Palermo non è stato solo corone di fiori e silenzi d’ordinanza.

A pochi chilometri dall’Aula Bunker, le strade sono state attraversate da un lungo corteo che ha visto sfilare oltre 8.000 persone, tra studenti, associazioni antimafia e movimenti civili, diretto verso l’Albero Falcone in via Notarbartolo.

Qui i toni sono stati radicalmente diversi. Le sigle della sinistra e dell’antimafia sociale hanno apertamente contestato la presenza dei rappresentanti politici alle cerimonie ufficiali. L’accusa, lanciata duramente anche da diverse piattaforme come WikiMafia, individua un’ipocrisia di fondo: “Non si può piangere Falcone il 23 maggio e poi approvare riforme che indeboliscono i magistrati, limitano le intercettazioni e ammorbidiscono il contrasto ai reati contro la Pubblica Amministrazione per i restanti 364 giorni dell’anno.”

Al corteo ha preso parte anche il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che sottolineando come la vera antimafia si faccia difendendo gli strumenti d’indagine lasciati in eredità da Falcone e Borsellino, accusando la maggioranza di voler “depotenziare” la risposta giudiziaria dello Stato.

Un altro grande asse di polemica politica e intellettuale ha riguardato la narrazione stessa della figura di Falcone. Molti commentatori indipendenti e attivisti hanno criticato il tentativo della politica odierna di ridurre il magistrato a un “santino innocuo”, un eroe ucciso unicamente dalla mano militare di Cosa Nostra.

Nelle piazze e nei dibattiti è stato ricordato con forza come Falcone sia stato, in vita, isolato, delegittimato e ostacolato da pezzi delle stesse istituzioni, della magistratura e della politica del tempo. “Celebrare Falcone oggi senza fare i conti con i ‘corvi’ e con i complici istituzionali di ieri e di oggi è un’operazione di assoluzione dello Stato che non possiamo accettare”, è stato il commento di alcuni storici esponenti della storia della criminalità.

A rendere il clima ancora più pesante, gli atti intimidatori registrati nei giorni scorsi nei quartieri più difficili della periferia palermitana, come lo Zen, hanno ricordato a tutti che, al di là dei discorsi d’aula, la battaglia per il controllo del territorio è tutt’altro che conclusa.

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