La vicenda giudiziaria e politica attorno alla grazia concessa a Nicole Minetti è tutt’altro che archiviata. Nonostante la Procura Generale abbia riesaminato le carte dichiarando l’assenza di anomalie nell’iter della grazia presidenziale, Il Fatto Quotidiano prosegue la sua controffensiva giornalistica, arricchendo l’inchiesta di nuovi dettagli e testimonianze.
Mentre si avvicina la data chiave del 12 giugno, giorno in cui si terrà l’udienza per certificare la formale cancellazione della pena a 3 anni e 11 mesi inflitta all’ex consigliera regionale lombarda per peculato, induzione e favoreggiamento della prostituzione, lo scontro mediatico e legale tocca vette altissime. La coppia composta da Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani ha infatti già avanzato una maxi-richiesta di risarcimento danni da ben 250 milioni di euro nei confronti del quotidiano diretto da Marco Travaglio e delle trasmissioni televisive Report (Rai 3) e È sempre Cartabianca (Rete 4).
Le nuove puntate dell’inchiesta e i testimoni “segreti”
Il quotidiano insiste sulla pista uruguaiana, focalizzandosi sulla testimonianza di Graciela, un’ex massaggiatrice mai ascoltata dagli inquirenti italiani, la quale ha descritto presunti festini a base di escort e sostanze nella villa di Punta del Este della coppia Minetti-Cipriani.
Nelle ultime ore, l’inchiesta firmata dal giornalista Antonio Massari si è arricchita di ulteriori elementi: sarebbero emersi i riscontri di due autisti. I due uomini avrebbero confermato lo scenario ma avrebbero preteso il massimo anonimato dal cronista per paura di gravi ritorsioni, arrivando a dire di temere di «finire in un fosso o incendiati».
L’affondo di Travaglio: “La figlia di Mubarak”
A infiammare ulteriormente il caso è l’editoriale odierno del direttore Marco Travaglio, dal titolo fortemente provocatorio: “La figlia di Mubarak”. Il pezzo mette nel mirino le istituzioni e la reazione della politica davanti al provvedimento di clemenza.
Travaglio ironizza sul «commovente trasporto con cui camerieri, trombettieri e corazzieri si son rimessi sull’attenti al segnale convenuto: è bastato un cenno di Mattarella perché una battuta irresistibilmente comica di per sé come “grazia a Nicole Minetti” diventasse un serissimo dogma di fede».
Il direttore contesta duramente l’operato della magistratura inquirente e la successiva sponda del Quirinale: «L’opinione pubblica — cioè i cittadini informati — ha capito benissimo cos’è successo, con la Procura generale che non fa le indagini, non interroga i testimoni che la smentiscono ma solo quelli che li smentiscono, e il capo dello Stato che la ringrazia per aver “disposto accurate verifiche in ogni direzione”».
L’editoriale si chiude tracciando un parallelismo storico e caustico con il famoso voto parlamentare del 5 aprile 2011, quando la Camera dei Deputati votò a maggioranza la tesi secondo cui Ruby Rubacuori fosse davvero la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak: «Siccome la storia ha le sue perfide ironie, tutto avviene nel 15esimo anniversario del punto più basso toccato dal Parlamento italiano […]. Oggi B. non c’è più. E neppure Mubarak, però scopriamo che aveva anche una figlia».
Salvo imprevedibili colpi di scena dell’ultimo minuto, il 12 giugno la parola passerà all’aula di tribunale per la ratifica del colpo di spugna sulla pena, ma la battaglia sulla verità dei fatti e sull’opportunità politica della grazia promette di trascinarsi ancora a lungo nelle aule di giustizia civile.
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