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Reading: CAVILLI. Per arrivare a te non serve un nemico. Serve un amico. E un capitolo di bilancio. Di Marinella Andaloro
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CAVILLI. Per arrivare a te non serve un nemico. Serve un amico. E un capitolo di bilancio. Di Marinella Andaloro

Autore: Redazione Visualizzazioni: 322 Tempo di lettura: 20 Pubblicato il: 16/08/2026
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«Sono cavilli.»
È una formula difensiva camuffata da verdetto. Serve a spostare il tema dall’atto a chi lo contesta: non si discute più di quello che c’è scritto nel documento, si discute della tua ostinazione.
Viene detta sempre con calma. Mai con rabbia. La rabbia sarebbe già un riconoscimento. È questo il dettaglio da annotare. Chi non ha nulla da temere si irrita. Chi ha qualcosa da temere resta gentile.
Hanno ragione. Sono cavilli.
C’è un modello di aggressione che abbiamo imparato a riconoscere, e che in fondo ci rassicura. Il sistema di potere individua un obiettivo, incarica un proprio uomo, e l’uomo agisce. La busta con il proiettile. L’incendio doloso. La telefonata alle tre del mattino. La lettera anonima. È violenza, ed è terribile, ma è leggibile. Sai di essere sotto attacco, sai da che parte arriva il colpo. Produce una notizia di reato, puoi denunciare, puoi chiedere protezione, puoi persino trasformare l’aggressione in prova.
Poi c’è l’altro modello. Quello di cui non si parla mai, perché non produce immagini.
Il sistema di potere non manda un proprio uomo. Impiega un uomo tuo.
Non un affiliato. Un parente. Un socio. Un amico di vent’anni. Il consulente che ti ha assistito in tre gradi di giudizio. Il collega che ti ha presentato al cliente. Il funzionario che ti ha sempre dato una mano. Il medico. Il commercialista che conosce i tuoi conti meglio di te. Il tecnico di fiducia. Persone estranee a qualsiasi circuito criminale, e funzionali proprio in quanto estranee.
La differenza non è di grado. È di natura.
Nel primo caso il potere deve superare una difesa. Nel secondo la aggira: entra da una porta che hai lasciato aperta perché non avevi ragione alcuna di chiuderla. Le tue cautele, diffidenza, verifica, riscontro, erano state disattivate anni prima, il giorno in cui quella relazione è nata.
E qui sta l’asimmetria decisiva, che merita di essere formulata senza attenuazioni: il sistema di potere non deve conquistare la fiducia della vittima. Gli basta acquisire chi quella fiducia la detiene già.
Non occorre dire a una persona cosa fare. Basta scegliere chi glielo dirà.
Per intendere il congegno bisogna smettere di ragionare in termini di violenza e cominciare a ragionare in termini di caccia.
Il cacciatore di allodole non insegue l’allodola. Non le corre dietro. Non spara a caso. Pianta un piccolo specchio girevole in mezzo al campo, lo orienta al sole, e attende. Lo specchietto ruota e manda lampi. L’allodola vede il bagliore, si incuriosisce, scende.
Il cacciatore non ha mosso un passo.
Ecco lo strumento. Non la pistola: lo specchietto.
E il lampo ha, quasi sempre, forma amministrativa. Un incarico da parte di un ente amico o connivente. Una consulenza sotto mentite spoglie. Una progettazione. Una direzione lavori. Una nomina in un organismo partecipato. Un affidamento diretto sotto soglia. Una proroga. Un contributo a valere su fondi europei. Un posto per il figlio. Una menzione nel posto giusto. Una cena con quelli che contano.
Talvolta, molto meno di tutto questo. Un piatto di lenticchie.
Nessuno di quei lampi è, di per sé, illecito. È esattamente questo il punto.
E chi scende, non scende allo stesso modo. La distinzione ha rilievo dogmatico, non retorico: incide sull’elemento soggettivo, e dunque sulla qualificazione.
C’è chi sa perfettamente cosa sta facendo, ne conosce il prezzo e lo incassa. Denaro, incarichi, carriera, protezione, potere. Costui ha un nome nel codice penale, e talvolta lo si raggiunge. Corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità, atti contrari ai doveri d’ufficio, talora patrocinio infedele. È il caso più grave e, paradossalmente, il meno insidioso: lascia tracce, perché il vantaggio deve pur essere erogato.
C’è chi non riceve nulla. Teme soltanto. Un debito. Una posizione fiscale. Un vecchio errore che credeva sepolto. Una fragilità familiare, ed esegue tacendo, perché chi è ricattato non denuncia il ricatto, lo subisce due volte. Qui il diritto penale esiste, estorsione, violenza privata, ma la parte offesa coincide con lo strumento dell’offesa, e non parlerà.
E c’è la terza figura, la più insidiosa, quella di cui il diritto penale non sa che farsene: chi non è comprato né minacciato, ma soltanto informato male. Gli viene consegnata una rappresentazione parziale della situazione, una mistificazione, un allarme costruito, una preoccupazione plausibile. Un dettaglio vero collocato in un contesto falso. E allora ti consiglia «in buona fede» di lasciar perdere. Di transigere. Di non insistere. Di non depositare quell’atto. Di non denunciare. Ti guarda negli occhi e ti dice che lo fa per te.
Qui sta la vigliaccheria, e va detto con parole semplici, perché le parole difficili servono spesso a nasconderla.
Andare contro il potere costa. Costa clienti, costa incarichi, costa inviti, costa notti. Chi lo fa non è un eroe: è soltanto una persona che ha deciso di pagare in proprio. I vigliacchi non sono quelli che hanno paura, la paura ce l’abbiamo tutti, ed è sana. I vigliacchi sono quelli che, avendo visto il lampo, hanno deciso di chiamarlo prudenza.
Il 10 luglio 1989, in un’intervista a Saverio Lodato pubblicata su L’Unità, Giovanni Falcone parlò, a proposito del fallito attentato dell’Addaura, di «menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia».
Il verbo è quello: orientare. Non comandare. Non dirigere. Non organizzare. Orientare è un’azione a bassa intensità, che non lascia catena di comando perché non presuppone comando. Ed è giusto ricordare che Falcone stesso diffidava dell’idea di una cupola occulta sovraordinata alla mafia: non credeva a un vertice che impartisse ordini, credeva a punti di contatto, convergenze, sovrapposizioni.
Lo cito una volta sola, e poi basta. Perché qui sono le carte che bastano. Le carte sono sempre bastate.
C’è poi una cosa scomoda da dire, e conviene dirla per intero. «Mafia istituzionale.» «Sistema.» «Stato deviato.» Sono formule che reggono un titolo di giornale e non esistono in nessun codice. Non si contestano, non si notificano, non si provano. E poiché prive di elementi costitutivi, non si possono nemmeno smentire.
Le fattispecie invece esistono, e sono di ferro. L’art. 416-bis, con il metodo mafioso del terzo comma. Lo scambio elettorale politico-mafioso. Le interdittive antimafia. Lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazione. E il concorso esterno, che le Sezioni Unite hanno circondato per undici anni di paletti sempre più stretti, fino a esigere la prova che quel singolo contributo abbia realmente rafforzato l’organizzazione, verificata ex post, fatto per fatto.
Vale la pena ricordare da dove nasce quella categoria. Nasce nel 1994, da un procedimento a carico di un ex sottosegretario accusato di aver fatto da tramite tra un magistrato e un capo clan per aggiustare un processo. Non un affiliato: un intermediario. Le due pronunce successive che ne fissano i confini portano il nome di un ministro e di un giudice di Cassazione.
Un sottosegretario, un ministro, un magistrato. Nessun uomo d’onore.
L’ordinamento, dunque, il fenomeno lo conosce da trent’anni. Sa perfettamente che il potere criminale transita per le stanze del palazzo e per i colletti bianchi. Solo che, per punirlo, chiede fatti, date, condotte, nessi causali.
Non pretende aggettivi.
Non omne quod licet honestum est, ammoniva Paolo nel Digesto. Ma vale anche l’inverso, e più duramente: non tutto ciò che è disonesto è penalmente illecito.
E il condizionamento indiretto abita per intero in quello scarto.
Ed ecco la domanda che quasi nessuno formula.
Lo specchietto ha un costo. Gli incarichi si conferiscono, le consulenze si liquidano, i collaudi si affidano. Cooptare un soggetto della rete fiduciaria altrui è un’operazione onerosa.
Chi lo paga?
Non il sistema di potere. Nella stragrande maggioranza dei casi lo finanzia un bilancio pubblico. Determine, impegni di spesa, capitoli, codici di gara, quote di programmi comunitari. Denaro di tutti noi.
Il che significa una cosa sola, ed è la più sgradevole di tutte: la vittima concorre, in qualità di contribuente, al finanziamento del proprio isolamento. Il costo dell’operazione viene socializzato. Il beneficio resta privato. E l’operazione non lascia traccia di illecito, perché ogni singolo atto, preso da solo, è regolare, protocollato, sottoscritto e persino pubblicato in «Amministrazione trasparente».
Corruptissima re publica plurimae leges, scriveva Tacito. Più il corpo è malato, più fitto è il reticolo delle regole che dovrebbero curarlo.
Susan Rose-Ackerman ha descritto la corruzione come un mercato in cui la merce scambiata è l’autorità pubblica. Robert Klitgaard ne ha dato la formula più asciutta: prospera dove il monopolio si somma alla discrezionalità e manca il rendiconto.
Ma l’osservazione decisiva è di Donatella Della Porta e Alberto Vannucci, ed è di una semplicità disarmante. Il patto corrotto non ha tribunale. Chi paga e viene tradito non può agire in giudizio. Non c’è contratto, non c’è azione, non c’è giudice. Chi promette un appalto e poi non lo consegna non rischia alcuna condanna. Il che dovrebbe rendere quel mercato impraticabile. E invece prospera. Perché al posto del tribunale c’è qualcos’altro: garanti, mediatori, gente che risponde della parola altrui.
Gente affidabile.
Fermatevi un istante su questo paradosso. Anche la corruzione ha bisogno di fiducia. Il mediatore corrotto è un professionista della fiducia esattamente come lo è il vostro avvocato.
E qualche volta è la stessa persona.
Et pecuniae oboediunt omnia. E al denaro tutto obbedisce. Non è massima di giurista: è Qoèlet 10,19, nella versione della Vulgata. Nessun giurista, però, l’ha mai smentita.
Non è una scoperta recente. Sta scritta anche da due secoli nel libro che abbiamo avuto tutti sul comodino e che nessuno rilegge.
Renzo va dall’avvocato con quattro capponi legati per le zampe, e i capponi, portati a testa in giù verso il macello, trovano il tempo di beccarsi tra loro. È l’immagine più esatta che la letteratura italiana abbia prodotto delle vittime di un sistema: non si coalizzano, si dilaniano, mentre la stessa mano le conduce nello stesso posto.
E l’avvocato? L’avvocato è cordiale, competente, accogliente. Finché ritiene che Renzo sia un bravo mandato da chi comanda. Nel momento esatto in cui comprende che Renzo è invece la parte offesa, che è venuto a chiedere giustizia contro chi comanda, lo caccia di casa.
Non per malvagità. Per convenienza professionale. Perché sa da che parte stanno gli incarichi.
Azzeccagarbugli non è un mafioso. Non è nemmeno corrotto, in senso tecnico. È soltanto un uomo servile e vigliacco che ha capito benissimo dove passa il sole e ha orientato lo studio di conseguenza.
Duecento anni dopo, con i codici di gara al posto delle gride, è ancora lì.
Qui il discorso si fa serio, perché qui si separa l’analisi dal delirio.
Come si separa la coincidenza dal disegno? L’errore dal condizionamento? Chi ti ha deluso da chi ti ha venduto? Non con l’intuizione, che è il modo in cui si sbaglia con più convinzione. Non con la sensazione che qualcosa non torni: quella arriva sempre, anche quando non c’è niente, ed è precisamente ciò che rende credibili i deliri.
Con i cavilli.
Che non sono un mio metodo. Sono le domande che qualunque giudice si pone prima di scrivere una motivazione, e che chiunque può porsi a un tavolo, di sera, con le carte davanti e una matita.
La prima è se l’atto si discosta da ciò che avrebbe fatto un professionista diligente nelle medesime condizioni. Non da ciò che avrei fatto io: da ciò che avrebbe fatto chiunque. La seconda è se lo scostamento ha una direzione. Qui si decide quasi tutto. L’errore, quando è davvero errore, si sparpaglia: qualche volta danneggia una parte, qualche volta l’altra, e nel lungo periodo si compensa. Quando invece cade sempre dallo stesso lato, ha smesso di essere errore. Nessuno saprà mai dire in quale giorno preciso abbia smesso. Ma che abbia smesso, si vede. La terza ha duemila anni e la poneva Cassio Longino Ravilla ai suoi giudici, prima che Cicerone la consegnasse a noi: a chi giova. Se il vantaggio non è del cliente e non è del professionista, ma di un terzo che nel rapporto non c’entra nulla, l’anomalia ha cambiato natura mentre la guardavamo. La quarta è quando. Non che cosa: quando. Si prende un evento esterno alla cerchia e si guarda che cosa accade dentro nei giorni successivi. Una coincidenza non dice niente, e chi le costruisce sopra un edificio sta già delirando. Una coincidenza che si ripete, con lo stesso passo, tre o quattro volte, dice moltissimo; e non perché sia impressionante, ma perché il caso ha una distribuzione, e quella non le somiglia. La quinta non chiede intenzioni a nessuno, ed è per questo la più solida. Chi è insieme controllore e controllato. Non è un sospetto: è una firma sotto due atti che non potevano portare la stessa firma. Sta agli atti. La sesta è la più volgare e si scrive da sé. Che cosa ha ricevuto, in quel periodo, quel professionista. E il suo studio associato. E la società collegata. E il familiare. E l’interposto. Incarichi, consulenze, affidamenti, contributi, nomine. Non serve trovare una mazzetta: bastano le determine, e sono pubbliche.
Sei domande, dunque. Nessuna, presa da sola, prova alcunché. E chi la usa da sola sta facendo esattamente il mestiere che diciamo di combattere. È la loro convergenza che qualifica: non l’intensità di un indizio, ma il fatto che sei strumenti diversi, applicati alla stessa materia, indichino tutti dalla stessa parte. E quando non convergono, la risposta è una sola, e va pronunciata a voce ferma e senza imbarazzo.
Se non è provato. Non vuol dire che non sia accaduto. Chi rifiuta questa disciplina non sta difendendo una vittima. Ne sta fabbricando un’altra.
Si potrebbe richiamare qui la cronaca giudiziaria di questi mesi, e tutti sanno a quale vicenda si allude. Non lo farò se non per un rigo, e con le pinze.
Il rigo è questo. Quando l’accesso alla vittima non passa da un nemico riconoscibile ma da una relazione personale preesistente, non è la prova di nulla. È un promemoria: il perimetro della fiducia non coincide con il perimetro della sicurezza.
E la domanda che resta aperta non è chi ha agito. Su quello, prima o poi, le indagini arrivano. La domanda è chi ha scelto la mano. E chi ha pagato il conto. E con quali fondi.
Quis custodiet ipsos custodes?

P.S.
Prima o poi, a chi non lascia perdere, arriva la telefonata dell’ “amico”.
Non del nemico: dell’amico. Quello che ti conosce da vent’anni, che non avrebbe alcun interesse a nuocerti. E ti dice: lascia perdere, non ne vale la pena, ti stai rovinando, pensa al “quieto vivere”, tanto non cambia niente, e poi guarda che sono solo cavilli.
Quasi sempre in un certo senso ha ragione lui. Ti stai rovinando davvero. Non cambia quasi niente davvero.
Il punto è un altro, e bisogna avere il coraggio di formularlo senza gridarlo: quella telefonata l’ha pensata lui, o gliel’ha messa in testa qualcuno? E se gliel’ha messa in testa qualcuno, chi ha pagato lo specchietto?
Non sempre c’è una risposta. Ma la domanda va posta, perché è l’unica difesa che abbiamo. E va posta a bassa voce, con i documenti in mano, controllando le date e i numeri di protocollo.
C’è un uomo, in una canzone che conosciamo tutti, che si piazza davanti a una sala piena e li chiama a uno a uno. I cortigiani. Gli adulatori. Quelli che sentenziano e non rischiano niente. Quelli che si piegano per un posto e alla propria schiena curva hanno imparato a dare il nome di equilibrio.
Poi si batte. E mentre si batte, compone. Tiene il tempo, conta le sillabe, chiude la strofa e insieme colpisce.
Preferisce una strada in salita e nessun padrone a una carrozza e un protettore.
E lo dichiarano insopportabile per una sciocchezza. Un difetto minimo, visibile, ridicolo, che tutti gli rinfacciano per non dover discutere di quello che dice.
Il suo era un naso.
Il nostro è un cavillo.
Un numero di protocollo. Una data. Un termine di trenta giorni.
Roba minuscola. Roba che non fa notizia, non fa clamore, non commuove nessuno.
Cavilli.
Ecco: se sono davvero inezie, resta da spiegare perché per delle inezie qualcuno si prenda il disturbo di farti la guerra.

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