Un impero economico transnazionale, ramificato in mezzo mondo e alimentato fin dagli anni Ottanta dai proventi del narcotraffico di Cosa Nostra. È la “cassaforte” riconducibile al boss Matteo Messina Denaro (scomparso nel settembre 2023), smantellata all’alba di oggi grazie a una imponente operazione antimafia internazionale coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo e condotta dai militari del Gico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Palermo.
Il bilancio del blitz è pesante: tre ordinanze di custodia cautelare in carcere e un sequestro preventivo di beni per oltre 200 milioni di euro.
Le indagini, coordinate dal procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia, dall’aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti Luisa Bettiol e Bruno Brucoli, hanno svelato un reticolo finanziario impressionante. I soldi sporchi accumulati con il traffico internazionale di stupefacenti – su cui la famiglia Messina Denaro e la consorteria mafiosa trapanese incassavano percentuali fisse fin dall’inizio degli anni Ottanta – venivano sistematicamente ripuliti e schermati.
La finanza criminale del clan non conosceva confini geografici. I flussi di denaro partivano dalla roccaforte di Campobello di Mazara per essere reinvestiti in una holding globale composta da società immobiliari, di investimento, attività commerciali, ville e conti correnti distribuiti in paradisi fiscali e Stati sovrani. L’operazione della Guardia di Finanza si è sviluppata in contemporanea, oltre che in Italia, in numerosi Paesi esteri: Andorra, Spagna (in particolare nelle località di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banús), Gibilterra, le Isole Cayman, il Lussemburgo, la Svizzera, il Libano e il Principato di Monaco.
Gli inquirenti sono riusciti a mappare e a bloccare i canali che per decenni hanno nutrito la latitanza e il potere economico del capomafia castelvetranese. I tre soggetti arrestati – le cui generalità complete saranno oggetto di approfondimento nella conferenza stampa odierna – figuravano ufficialmente come legali rappresentanti o amministratori di un complesso sistema di “scatole cinesi” e società offshore concepite appositamente per rendere anonimi i reali flussi finanziari di Cosa Nostra.
Attraverso questo meccanismo, i capitali accumulati con la droga venivano trasformati in investimenti immobiliari di lusso e in asset societari apparentemente puliti in Europa e nel bacino del Mediterraneo, garantendo al contempo un continuo flusso di liquidità a disposizione del vertice dell’organizzazione.
Il successo dell’operazione è frutto di una collaborazione investigativa senza precedenti tra la DDA di Palermo, la Direzione Nazionale Antimafia (guidata dal procuratore Giovanni Melillo) e le autorità giudiziarie e di polizia dei diversi Paesi coinvolti. L’azione congiunta ha permesso di superare le barriere giurisdizionali e i vincoli del segreto bancario dei territori offshore, colpendo al cuore il potere economico della mafia trapanese proprio laddove si considerava intoccabile.
I dettagli tecnici, l’identità degli arrestati e l’esatta mappatura delle aziende finite sotto sigilli verranno illustrati nel corso della conferenza stampa convocata a Palermo alla presenza dei massimi vertici inquirenti. La disarticolazione di questo imponente patrimonio dimostra, ancora una volta, come la caccia ai tesori accumulati da Matteo Messina Denaro non si sia affatto fermata con la sua morte, ma prosegua incessantemente per bonificare l’economia dai capitali illeciti accumulati con il sangue e il traffico di stupefacenti.
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