La riforma elettorale del centrodestra subisce una pesantissima battuta d’arresto a Montecitorio. Con un voto di scarto a scrutinio segreto, i franchi tiratori affossano l’emendamento cardine sulle preferenze. Esultano le opposizioni, che chiedono in Aula le dimissioni del governo.
Un solo voto di scarto ha trasformato il pomeriggio parlamentare della maggioranza in un vero e proprio terremoto politico. L’Aula di Montecitorio ha infatti respinto con 188 voti contrari e 187 favorevoli (su 375 votanti) l’emendamento chiave alla riforma della legge elettorale targato Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc (a prima firma Bignami).
La proposta mirava a riscrivere l’articolo 1 introducendo un sistema misto tra i tradizionali capilista bloccati e il meccanismo delle preferenze. Nonostante il parere favorevole del governo e il dietrofront mattutino di Lega e Forza Italia, che dopo giorni di forti tensioni e trattative serrate avevano infine garantito il proprio “sì”, il voto segreto richiesto dalle opposizioni ha fatto saltare i piani del centrodestra, rivelando la presenza di decisivi franchi tiratori nelle fila della maggioranza.
La vigilia e lo scontro palese vs. segreto
Solo poche ore prima del voto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva cercato di stanare le minoranze con un duro post sui social, invocando un voto palese per una vera e propria “operazione verità”:
“Voglio capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. Noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos’altro.”
La risposta delle opposizioni è arrivata blindando lo scrutinio segreto, rivelatosi poi fatale per la tenuta del centrodestra.
Le opposizioni esultano: “Andate a casa”
La bocciatura della norma ha scatenato un’esplosione di applausi e cori nei banchi delle minoranze, che hanno subito intonato slogan chiedendo “dimissioni” ed “elezioni”, per poi spostare la protesta fuori da Montecitorio.
Dura e immediata la reazione del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte:
“Avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio. Ora che siete andati sotto vi rimane un’unica cosa: aprire una crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi.”
Sulla stessa linea la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha attaccato direttamente la premier:
“Questo è stato un voto contro l’arroganza di chi pensa che in un Paese con una crescita a zero, i salari tra i più bassi d’Europa e liste d’attesa infinite, la priorità sia la legge elettorale. Era un voto contro l’arroganza di una leader donna pronta a schiacciare il potere delle altre donne. I vostri patti di potere oggi sono saltati. Prendete atto del fallimento e andate a casa!”
Anche la deputata dem Laura Boldrini ha rincarato la dose, definendo la proposta del centrodestra una truffa: “Le preferenze finte, con il capolista bloccato, il listone bloccato e senza l’alternanza di genere erano una truffa frutto della paura. Meloni oggi ha perso la faccia, sfiduciata dalla sua stessa maggioranza”.
Da parte di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) con Angelo Bonelli e di +Europa con Riccardo Magi è arrivato un invito perentorio: “Meloni non ci ha messo la faccia oggi ed è stata sfiduciata. Vada direttamente al Colle dal Presidente della Repubblica: noi siamo pronti al voto”.
Sconcerto nel centrodestra
Nel Transatlantico l’atmosfera si è fatta immediatamente tesa e spiazzata. Mentre le opposizioni chiedevano la convocazione d’urgenza della conferenza dei capigruppo e la sospensione dei lavori, gli esponenti della maggioranza hanno cercato di frenare il panico.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha provato a gettare acqua sul fuoco con una battuta ai giornalisti: “È la democrazia, ora vediamo che succede…”. Più pragmatico Maurizio Lupi (Noi Moderati): “Il valore politico di quel che è accaduto non si nasconde e c’è una riflessione da fare, ma sospendere i lavori sulla legge non sarebbe corretto. Certo, qualora l’intera proposta di legge venisse bocciata, si aprirebbe una riflessione molto più ampia”.
La riforma della legge elettorale, considerata fino a ieri il binario su cui blindare gli equilibri della coalizione, si trasforma così in una mina vagante per la stabilità del governo.
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