Dall’ex segretario Dc Cirillo all’ex guida della Sas Pantò: esplode la protesta dei cuffariani contro le prescrizioni imposte dai magistrati. «Sentenza inquietante», «lettera scarlatta», «violazione dei diritti costituzionali».
«Sentenza inquietante», «lettera scarlatta», «Daspo politico e sociale». Dirigenti di partito, fedelissimi dell’ultima ora e amici di vecchia data: il mondo che ruota attorno a Totò Cuffaro è in piena rivolta. Al centro della contestazione ci sono le modalità e le durissime prescrizioni legate al patteggiamento a tre anni di pena concordato dall’ex governatore nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Palermo su Regione e sanità.
Se in un primo momento le reazioni erano rimaste confinate alle chat private e alla solidarietà interna, i “cuffariani” stanno ora uscendo allo scoperto, affidando la propria rabbia a post sui social, note ufficiali e lettere ai quotidiani. Un malumore che, in realtà, l’assessora Nuccia Albano aveva già anticipato prima del verdetto, parlando di un partito «vittimizzato senza un motivo».
L’affondo di Cirillo: “Cuffaro trattato come un soggetto radioattivo”
A usare i toni più duri è l’ex segretario regionale della Dc, Stefano Cirillo, che non esita a definire il provvedimento un unicum pericoloso per la democrazia:
“La sentenza di patteggiamento non rappresenta soltanto una condanna penale. Rappresenta qualcosa di molto più profondo, inquietante e politicamente pesante. Siamo davanti all’introduzione di un vero e proprio “Daspo politico e sociale” che non ha precedenti nella storia recente della Repubblica”.
Il punto più contestato è il divieto assoluto per Cuffaro di incontrare politici e amministratori. Una misura che, secondo Cirillo, trasforma l’ex presidente della Regione in un paria: “È come se la sua sola presenza fosse considerata pericolosa. Come se fosse diventato una sorta di soggetto “radioattivo”, capace di contaminare chiunque gli stia vicino. Ma nel momento in cui una democrazia pretende di isolare un uomo dalle relazioni politiche e sociali, entra nel terreno della limitazione indiretta della partecipazione democratica”. Il rischio, conclude l’ex segretario, è che si voglia “marchiare a fuoco un intero mondo di relazioni e amicizie”.
Sulla stessa lunghezza d’onda si posiziona Mauro Pantò, ex guida della Sas (la mega partecipata regionale), dimessosi in passato dopo le polemiche sui presunti favoritismi nelle assunzioni. Pantò evoca parallelismi letterari per descrivere la situazione: “Mi sovviene la Lettera Scarlatta di Hawthorne, un marchio indelebile”. pur lodando “il Cuffaro uomo” come un esempio, Pantò sottolinea che “non si può trasformare una pena in isolamento politico e umano”.
Alle critiche politiche si aggiungono poi quelle squisitamente tecniche e giuridiche. Andrea Piazza, avvocato, responsabile del dipartimento “Giustizia e legalità” della Dc siciliana (nonché fratello di Emanuele Piazza, vittima di mafia), si definisce un «amico reiterato» di Cuffaro e attacca frontalmente la legittimità della misura.
Secondo il legale, il divieto di frequentazione è “assolutamente illegittimo e in palese violazione dei diritti della persona, della libertà di espressione e del diritto di autodeterminarsi”.
Piazza parla di uno strappo alle regole della Carta Costituzionale e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. “In senso lato. conclude l’avvocato con una metafora efficace, sarebbe come imporre a un essere umano di non respirare non appena ritornato in superficie”.
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