Non si arresta la pressione migratoria sulla più piccola delle Pelagie. Nelle ultime 24 ore, l’isola ha registrato lo sbarco di oltre 260 persone, frutto di una complessa serie di operazioni di soccorso e di un arrivo autonomo che ha portato i migranti direttamente nel cuore del porto.
Il dispositivo di sicurezza, composto dalle motovedette della Guardia di Finanza, della Guardia Costiera e da un’unità navale danese (impegnata nella missione Frontex), è stato messo a dura prova. In totale, sono stati sei gli interventi coordinati che hanno permesso di trarre in salvo 163 persone che viaggiavano su imbarcazioni di fortuna, in condizioni di estrema precarietà.
Le partenze sono state localizzate principalmente lungo le coste della Libia, con un unico caso riconducibile a Zarzis, in Tunisia. I gruppi soccorsi sono estremamente eterogenei per nazionalità: a bordo dei piccoli barconi si trovavano profughi provenienti da Sudan, Afghanistan, Etiopia, Bangladesh, Egitto, Eritrea, Somalia, Ciad, Gambia e Pakistan.
Un episodio significativo riguarda l’arrivo autonomo di oltre cento migranti, giunti direttamente al molo Favarolo. Secondo le prime analisi, è probabile che il punto di approdo fosse stato preimpostato sui sistemi di navigazione satellitare degli scafisti, consentendo all’imbarcazione di puntare con precisione chirurgica verso la banchina.
Dopo le procedure di rito e il triage sanitario effettuato dal personale medico sul molo, tutti i nuovi arrivati sono stati trasferiti presso l’hotspot di contrada Imbriacola. Con questi ultimi ingressi, la struttura ha superato le 200 presenze, rendendo necessari nuovi piani di smistamento per alleggerire la pressione sul centro d’accoglienza.
Mentre proseguono gli sbarchi, l’attenzione resta alta sulla sicurezza in mare. I dati dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) delineano un quadro tragico:
- 180 persone risultano attualmente disperse a seguito degli ultimi naufragi.
- Quasi 1.000 vittime accertate nel Mediterraneo dall’inizio del 2026.
- 765 decessi registrati solo lungo la rotta del Mediterraneo centrale.
Questi numeri confermano, ancora una volta, come il tratto di mare che separa l’Africa dall’Europa resti il più pericoloso al mondo per chi cerca rifugio o un futuro diverso.
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