Eletto dall’assemblea della FIGC con il 68,58% dei voti. Abete al 29,17%. “Il nuovo ct? Non ho parlato con nessuno”
Ottantuno giorni dopo le dimissioni di Gabriele Gravina rassegnate sulla scia dell’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali, il calcio italiano ha un nuovo Presidente federale: Giovanni Malagò. L’ex presidente del Coni è stato eletto dall’assemblea elettiva della FIGC, riunita al Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con il 68,58% dei voti. L’unico sfidante, Giancarlo Abete (già al vertice della federazione in passato e sostenuto dalla Lega Nazionale Dilettanti) ha raccolto solo il 29,17%. Schede bianche o nulle il 2,25%. “E’ veramente molto profondo ed emozionante questo senso di responsabilità Da solo non posso fare nulla, ma con voi posso fare tutto”, le prime parole da presidente.
“Le prime cose da fare? Compattare la squadra, ripristinare un rapporto con un pezzo della politica – spiega poi in conferenza stampa – Con qualche persona di questo mondo bisogna ripristinare un discorso. Qualcuno sostiene che le riforme non si possono fare con la maggioranza, e questo è qualcosa sul quale occorrerebbe riflettere”.
“Se vuole, il Governo, dimostrare di voler veramente fare qualcosa per il calcio, di voler bene al calcio, ha ancora meno tempo di noi. La legislatura scade a fine settembre del 2027, noi ci siamo fino a febbraio del 2029. Ci sono due anni di differenza, non è proprio banalissimo. Tra le cose da fare sicuramente provare a dare risposte ai problemi strutturali che il mondo del calcio ha evidenziato”.
Il prossimo Ct “Non ho parlato con nessuno. Ci cominciamo a mettere la testa. Facciamo un po’ di ragionamenti. Bisognerà parlarne, vedere i bilanci. Ho fatto un atto d’amore, di follia lucida, non ci pensavo e non è stata una mia idea ma sono stato coinvolto. L’allenatore a prescindere dal suo curriculum deve abbracciare il discorso in tutto e per tutto, non si può dire armatevi e partite”
“Le mie tre stelle polari? Per prima cosa si deve compattare la squadra che, si è visto, ha delle ‘discrete’ personalità. Poi c’è il progetto tecnico. E infine dobbiamo riallacciare un rapporto con la politica, o meglio con una parte della politica“.
E ancora: “Non ho mai detto una parola sullo Ius Soli, che fa parte della politica, ma io sostengo il principio di sussidiarietà sportiva. Negli altri sport puoi prendere tempo e traccheggiare, nel calcio no: se non dai la cittadinanza, dopo un secondo arriva un altro Paese, dà il passaporto al ragazzo e tu l’hai perso. Questo è inaccettabile. La politica è felice di vincere nell’atletica o nel volley grazie a questi atleti. Nel calcio dobbiamo muoverci, o subiremo i danni”.
“Non succede in nessun altro settore che tu hai un mandato praticamente all’unanimità e di fatto non riesci a fare nulla delle cose che hai proposto nel tuo programma. Oggettivamente la situazione è completamente ingessata. Difenderò tutta la vita l’autonomia dello sport. Se non si cambia, qualcuno ci metterà in posizione di cambiare. Il ragionamento è molto semplice”.
“Euro 2032? È una sfida nella sfida, ho parlato con Ceferin nei giorni scorsi, ho ricevuto già messaggi da Infantino. Michele Uva è il nostro responsabile organizzativo per la Uefa, dobbiamo individuare questi 5 stadi”.
L’ELEZIONE
Nelle previsioni di voto la coalizione di Malagò superava già al primo conteggio la soglia del 50%, ma sul suo nome aleggiava un possibile nodo di ineleggibilità legato alla presidenza del CONI (poi smentito). Abete rappresenta il volto della continuità; Malagò quello della discontinuità manageriale.
Resta intatto il “retrobottega” elettorale, confermato in blocco il consiglio federale: Stefano Campoccia, Giorgio Chiellini e Giuseppe Marotta per la Serie A; Antonio Gozzi per la Lega B; Giulio Gallazzi per la Lega Pro; Ilaria Bazzerla, Giacomo Fantazzini, Daniele Ortolano, Sergio Pedrazzini, Giuliana Tambaro per la Lega Nazionale Dilettanti. In rappresentanza degli atleti Valerio Bernardi, Davide Biondini, Umberto Calcagno e Sara Gama, per i tecnici Giancarlo Camolese e Silvia Citta.
Sullo sfondo, una posta ulteriore: il nuovo presidente erediterà la scelta del commissario tecnico della Nazionale. Con Malagò, il nome più accreditato sarebbe quello di Roberto Mancini; Antonio Conte resta una suggestione.
UNA VITA DA PRESIDENTE
Stella d’Oro del Coni al Merito Sportivo, presidente del Comitato organizzatore del cinquantenario della Ferrari e degli Internazionali d’Italia di Tennis. Senza dimenticare lo sport praticato, dallo sci al nuoto, anche a livello agonistico: nel 1986 è stato tra gli azzurri di Calcio a 5 che hanno preso parte al Campionato Mondiale disputato in Brasile. In ordine sparso sono alcune delle esperienze che caratterizzano il forte legame di Giovanni Malagò con il mondo dello sport.
L’ex presidente del Coni, in carica dal 19 febbraio 2013 al 26 giugno 2025, e già numero 1 della Fondazione Milano Cortina 2026, è nato a Roma il 13 marzo 1959. Figlio di Vincenzo Malagò, per anni vicepresidente della Roma calcio e dirigente all’interno del Comitato organizzatore di Italia 90, il nuovo capo del calcio italiano ha rivestito diverse cariche in più discipline sportive. Nel 1997, oltre all’ingresso nel Comitato organizzatore del Cinquantenario Ferrari, è diventato anche presidente del Circolo Canottieri Aniene. Stessa carica nel 1998 nel comitato organizzatore degli Internazionali d’Italia di tennis.
Appassionato e praticante cestista, dal 2000 al 2001 è stato presidente della Virtus Roma. Un primo contatto diretto con la Federcalcio arriva nel 1998, quando diventa consigliere delegato per i 100 anni della Figc.
E poi ancora è membro della Giunta esecutiva del Coni dal 2001 al 2003, entra nei comitati organizzatori di diverse manifestazioni sportive come l’Europeo di pallavolo nel 2005, la “Final Four” dell’Eurolega di pallavolo nel 2006 al PalaLottomatica di Roma, i Mondiali di nuoto del 2009 e i Mondiali di pallavolo del 2010. Il 27 marzo 2017 lascia la presidenza del Circolo Aniene a Massimo Fabbricini, restando però presidente onorario.
Quindi la presidenza Coni. Viene eletto il 19 febbraio 2013 battendo Raffaele Pagnozzi, per anni segretario generale del Comitato e alle elezioni con l’appoggio del presidente uscente Gianni Petrucci. Dall’1 gennaio 2019 è membro a titolo individuale del Cio, mentre il 9 dicembre dello stesso anno viene eletto presidente della ‘Fondazione Milano Cortina 2026’. Ora la Figc.
LE DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE E L’ADDIO POLEMICO DI GRAVINA
Prima che i delegati votassero, hanno parlato tutti i protagonisti. Malagò ha scelto il registro dell’appartenenza. “Papa nero”, lo avevano chiamato alcuni, straniero al calcio: lui ha risposto rivendicando una genealogia federale – “sono fratello, padre, figlio di questa federazione” – e traducendo i propri endorsement in termini di curriculum, non di manovra politica. Il peso della responsabilità, ha detto, lo avverte ogni minuto. Ha chiesto di mettere da parte i personalismi. Ha promesso marketing, ricavi supplementari, schiena dritta. Il tono era quello di chi sa di partire favorito e preferisce non sembrarlo.
Giancarlo Abete ha ringraziato Gravina (“siamo insieme dal ’90”) e poi ha attaccato il metodo che ha prodotto queste elezioni, non i candidati. Il percorso è stato sbagliato, ha detto: i nomi hanno oscurato i programmi, non si è capito perché con il 98% dei consensi non si fosse arrivati da nessuna parte. “Se ci fosse stato un metodo diverso non ci sarebbe stata neanche una competizione elettorale”. Una frase che suona insieme come autocritica del sistema e come epitaffio della propria candidatura. Ha aggiunto che si è presentato per coerenza con se stesso, non per vincere. La democrazia, ha concluso, è fatta di confronti.
Ezio Maria Simonelli, presidente della Serie A, aveva poco prima messo in fila i dati: tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali, una ferita profonda, ma stadi più pieni degli anni Novanta e audience televisiva in crescita. Il calcio italiano non è tutto da buttare, ha detto. Serve analisi, coraggio delle riforme, lavoro comune. Una Serie A forte è nell’interesse di tutti. “La politica ha deciso di prendere le distanze dal calcio, ma poi salirà sul carro dei vincitori quando i risultati ci daranno ragione e questo ce lo ricorderemo“.
L’intervento più livoroso è stato quello di Gravina, al suo ultimo atto da presidente. Ha attaccato il governo: nemmeno un euro per finanziare i vivai, e per di più la decisione, presa nottetempo una settimana prima, di eliminare l’unica voce di mutualità destinata ai giovani. “Forse pensavano di punire la vecchia e la nuova Figc”, ha detto. “Si sono sbagliati: hanno fatto il male del calcio“. Ha chiuso con un riferimento obliquo al ministro Abodi – quello degli “amici e diversamente amici” – senza nominarlo.
Fonte Agenzia Dire www.dire.it
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