CC’è un momento preciso, un istante sospeso un secondo prima del servizio, in cui il tennis smette di essere rumore e diventa un silenzio quasi sacro. In quel vuoto, l’uomo seduto sulla sedia non è un semplice contabile del punteggio, ma il centro di gravità di un pianeta emotivo. Gianluca Moscarella quella sedia la domina da una vita, con la postura di chi ha imparato a decifrare i demoni dei campioni e le traiettorie millimetriche di una pallina che viaggia a duecento all’ora. Lo incontriamo a bordo campo, mentre la terra rossa di Caltanissetta (ITF, 2° Trofeo Bcc G. Toniolo e San Michele di San Cataldo) riflette gli ultimi raggi di sole e il pubblico comincia a riempire le tribune. Non c’è spazio per i formalismi: l’impatto con il suo racconto è diretto, privo di filtri, specchio di una professione che non ti concede il lusso di esitare.
Il viaggio per arrivare fin quassù, in cima a quella che molti profani chiamano erroneamente la categoria “Golden”, è in realtà un percorso lungo e selettivo. «Sfatiamo questo mito, “Golden” non esiste, il termine esatto è Gold», esordisce Moscarella con il sorriso di chi ha spiegato questa differenza mille volte. «Rappresenta la massima certificazione mondiale per un arbitro di sedia. Una roba per pochissimi: nel mondo saremo sì e no trenta persone, trentatré a esagerare. Capite bene che non è una passeggiata. Non ci sono scorciatoie: si parte dal basso, come arbitro nazionale, poi diventi White Badge, che è il primo passaporto internazionale. Da lì è solo gavetta dura nei tornei minori, tra Future e Challenger, superando le scuole ufficiali di ITF, WTA e ATP per diventare Bronze. Ma per i due gradini più alti, il Silver e il Gold, non ci sono più esami scritti. Lì conta solo il campo, il giudizio su quante partite ad altissima tensione riesci a gestire nei tornei di prima fascia, nel circuito maggiore, in Coppa Davis o nei Grandi Slam. Se vali rimani lassù, altrimenti scendi.»
È una piramide strettissima che richiede il sacrificio di una vita intera, un’avventura che nel caso di Moscarella è iniziata quasi per un’incoscienza giovanile. «Ho avuto la fortuna, o forse la follia, di cominciare a diciassette anni a Milano. Non ero nemmeno maggiorenne a livello nazionale. Questo mi ha concesso il tempo cronologico per fare tutta la trafila, ma vi assicuro che in questo mondo non c’è nulla di scritto o di scontato.» Una precocità che lo ha portato ad attraversare ere geologiche di questo sport. Guardandosi indietro, l’uomo che oggi siede sui seggioloni più prestigiosi del pianeta non può fare a meno di sorridere della propria evoluzione: «Oggi sono pelato, ma quando ho iniziato avevo i capelli lunghi! Arbitravo l’epoca in cui giocavano ancora il padre di Cobolli, Santopadre, Camporese, Furlan, Gaudenzi… Ho avuto il privilegio di vedere l’intera evoluzione del tennis e il passaggio verso i nuovi fenomeni. Finché avrò dentro questa fame e mi divertirò, io resterò lassù. La fine arriverà, certo, ma non ho ancora deciso quando.»
Nel tennis moderno, dove ogni singola chiamata sposta montagne di soldi, contratti e destini professionali, la pressione psicologica potrebbe schiacciare chiunque. Eppure, l’approccio di Moscarella è pragmatico, quasi filosofico. Riconosce che il “gioco” è cambiato, che oggi la tecnologia offre un supporto immenso riducendo al minimo il rischio di commettere l’errore fatale che decide una partita. Ma la vera corazza si costruisce solo con i chilometri e gli anni. «Il tempo e l’esperienza ti insegnano a gestire la pancia, l’emotività e soprattutto il modo in cui parli con i giocatori. Ci vuole tempo, moltissimo tempo.» E quando l’errore arriva — perché è inevitabile che arrivi — la reazione non deve essere il dramma: «Le decisioni corrette aumentano l’autostima, ma sono gli errori la vera scuola. Tutti gli arbitri sbagliano, dal primo all’ultimo. Lo prendi, lo riguardi alla moviola, lo rielabori e ti imponi di non rifarlo. Anzi, vi dirò di più: un arbitro deve sbagliare. Saper gestire lo sbaglio è l’essenza stessa del nostro ruolo. Se la mazzata è forte emotivamente, l’ideale è fermarsi, chiudere la giornata con quel match, rifiatare e rientrare in campo il mattino dopo a mente fresca.»
C’è poi l’altro lato della medaglia, quello che non si vede dalle inquadrature televisive: la vita nomade, le stanze d’albergo tutte uguali, il peso della solitudine che grava sugli affetti e sulle relazioni sociali. «Pesano, eccome se pesano. Mi fa sorridere chi liquida la questione dicendo che tanto è la mia passione. Certo, la passione è il motore, ma i sacrifici restano lì e sono enormi. Prendi decisioni pesanti per la tua vita. E viaggiare tanto non ti garantisce automaticamente il successo; devi metterci grande impegno e sperare. Non è facile.» Ma quando la fatica bussa alla porta, basta aprire l’album dei ricordi per ritrovare il senso di tutto: «Ho vissuto tre Olimpiadi, ho arbitrato la finale Paralimpica a Pechino e la finale per il bronzo a Rio. E poi, l’emozione indescrivibile di avere Roger Federer lì davanti, sul Centrale di Wimbledon. Roba da brividi. Ma la verità è che io amo profondamente questo sport. Mi piace arbitrare: mi diverto allo stesso modo sul campo più famoso del mondo o in un torneo di provincia, lo faccio sempre con lo stesso identico piacere.»
Questo intreccio di rigidità professionale e profonda umanità si riflette anche nel suo modo di intendere il rapporto con i tennisti, un tema caldo in un’epoca in cui spesso si rimpiangono gli arbitri-generali del passato, figure d’altri tempi dotate di un carisma quasi autoritario. Per Moscarella, la chiave moderna è un’altra: la flessibilità. «Serve la giusta personalità per capire chi hai davanti in quel secondo. Devi essere autorevole, mai autoritario. E serve ironia, tanta ironia. Con un ragazzino parli in un modo, con un veterano usi un linguaggio totalmente diverso. Se sai modulare la tua comunicazione, hai vinto.» È lo stesso consiglio che si sente di dare a chiunque desideri intraprendere questa carriera inusuale: «La passione ti salva nei momenti di crisi e ti fa godere quelli pazzeschi. Bisogna viaggiare, scoprire il mondo, studiare le lingue e migliorarsi come professionisti ma soprattutto come persone. Come dicono in Spagna: bisogna disfrutar, godersi ogni singola persona che incontri. Perché quando le luci del torneo si spengono e tutto finisce, quello che ti resta in mano è solo l’uomo che sei diventato.»
Il nostro viaggio dentro la mente dell’arbitro si chiude lì dove è iniziato, sulla terra rossa siciliana di Caltanissetta, una tappa non prevista nel suo calendario ma capace di lasciare il segno. «Lo conoscevo di fama, ma non c’ero mai stato. È splendido. Il circolo è magnifico, si sviluppa su più livelli ed è immerso nel verde, c’è un’atmosfera pazzesca. La gente riempie le tribune ogni sera, c’è una passione vera, un movimento continuo con gli appassionati e gli sponsor. Non so se tornerò, ma conserverò un ricordo splendido di questo posto.» Le tribune intanto si accendono, il pubblico sussurra, i giocatori guadagnano il campo. Gianluca Moscarella sale i gradini della sedia e, improvvisamente, torna il silenzio. Il gioco può cominciare.
Fonte lanotiziagiornale.it
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