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I 90 giorni che hanno sconvolto il mondo: Trump annuncia la firma dell’accordo domenica, ma l’Iran frena

Last updated: 14/06/2026 6:30
By Redazione 47 Views 7 Min Read
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Ginevra / Washington / Teheran – Il mondo intero assiste con il fiato sospeso alle convulse ore che potrebbero mettere fine alla “Terza guerra del Golfo”, un conflitto lampo durato poco più di tre mesi ma capace di scardinare gli equilibri geopolitici ed economici globali. Mentre il presidente statunitense Donald Trump annuncia imminente la firma di un Memorandum d’intesa, da Teheran arrivano forti frenate, e il Medio Oriente resta una polveriera pronta a esplodere.

Alla vigilia del suo 80° compleanno, Donald Trump ha rotto gli indugi annunciando la firma di un accordo storico, che secondo i media americani potrebbe essere siglato “da remoto” a Ginevra. “Domenica si firma l’accordo”, ha dichiarato il capo della Casa Bianca, promettendo l’immediata riapertura dello Stretto di Hormuz.

Tuttavia, l’ottimismo di Washington si scontra con il muro della realtà iraniana. I Pasdaran hanno smentito una firma a brevissimo termine, liquidando le parole del presidente Usa come la “solita insistenza” americana. A Teheran la tensione interna è altissima: secondo emittenti internazionali come Al Arabiya, nel Paese sono in corso accese manifestazioni popolari. A Mashhad e nella capitale, centinaia di persone, tra cui molte donne in chador nero, sono scese in piazza sventolando bandiere rosse e nere per chiedere le dimissioni del capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, quest’ultimo duramente accusato di essere un “infiltrato” e un “disonorevole” per aver aperto ai dialoghi di pace con il nemico americano.

L’ipotesi di una distensione tra Washington e Teheran gela Israele. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha urgentemente convocato il Gabinetto politico di sicurezza, poiché Tel Aviv percepisce la bozza d’intesa come una minaccia diretta alla propria sopravvivenza.

A dare voce al dissenso interno è anche il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid, che ha definito l’accordo in via di definizione un completo fallimento di Netanyahu. Secondo Lapid, il memorandum non raggiunge nessuno degli obiettivi prefissati: il regime degli ayatollah sopravvive, il programma missilistico resta attivo e l’Iran potrà liberamente ricostruire il suo arsenale nucleare, trasformando Israele in uno Stato cliente che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale. Nel frattempo sul campo non si ferma la violenza: le forze israeliane continuano a intercettare razzi di Hezbollah provenienti dal Libano meridionale e a colpire la Striscia di Gaza, provocando nuove vittime a Khan Younis.

Per capire come si sia arrivati a questo punto, è necessario ripercorrere i 90 giorni di fuoco iniziati all’alba del 28 febbraio 2026. Quel giorno, con l’operazione congiunta Usa-Israele denominata “Ruggito del Leone” (Epic Fury), decine di jet hanno bombardato i centri strategici di Teheran, decapitando i vertici del regime e uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei.

La reazione dell’Iran è stata immediata. Il primo marzo Teheran ha lanciato la controffensiva “Vera Promessa 4”, investendo Israele e le basi statunitensi con centinaia di droni e missili. Pochi giorni dopo, il 4 marzo, è stata decretata la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocando un istantaneo shock economico e petrolifero su scala globale. In piena crisi, l’8 marzo, l’Assemblea degli Esperti ha nominato segretamente Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema, il quale ha però scelto di rimanere un’ombra senza mai apparire in pubblico. Nel mese di aprile sono poi falliti a Islamabad i primi tentativi di mediazione guidati dal Pakistan, a cui aveva preso parte anche il vicepresidente statunitense J.D. Vance. Come risposta allo stallo, il 12 aprile il Centcom americano ha imposto un blocco navale totale alle acque di Hormuz.

Dopo settimane di tensione e la rinuncia di Trump a nuovi raid nel mese di maggio grazie alla mediazione diplomatica di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, l’inizio di giugno ha registrato il picco di massima violenza. Il 2 giugno Trump ha aggredito verbalmente Netanyahu al telefono definendolo “un pazzo”, nel disperato tentativo di frenare le incursioni israeliane che rischiavano di far saltare i canali diplomatici segreti.

Il 9 giugno l’abbattimento di un elicottero americano Apache da parte delle difese iraniane ha spinto il presidente Usa a ordinare tre ondate di durissimi bombardamenti sulle infrastrutture radar costiere dell’Iran, colpendo in particolare Goruk e l’isola di Qeshm. Ma l’11 giugno, proprio mentre Washington minacciava di radere al suolo i terminal petroliferi dell’isola di Kharg, è arrivato l’improvviso colpo di scena: Trump ha annunciato a sorpresa su Truth la sospensione dei raid. È stato il segnale inequivocabile che una bozza di accordo era finalmente sul tavolo.

Mentre il Centcom (United States Central Command) continua a bloccare navi dirette in Iran nelle acque del Golfo a dimostrazione che la guardia resta alta, la diplomazia dei paesi del Golfo, con il Qatar e il Kuwait in prima linea, lavora febbrilmente per limare le ultime divergenze.

Nulla tornerà come prima dopo questi tre mesi che hanno profondamente ridisegnato la geopolitica mediorientale e dimostrato la fragilità delle rotte commerciali globali. Resta ora da capire se l’annuncio domenicale di Donald Trump si trasformerà nella firma di una tregua storica o se l’opposizione interna a Teheran e le proteste di sicurezza di Israele faranno sprofondare nuovamente la regione nel caos.

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