Si avvicina la settimana che più di tutte, per cultura e tradizione, ci spinge a riflettere sui grandi temi dell’animo umano, la lealtà, il sacrificio e, purtroppo, il tradimento.
È fatale che l’occhio, cadendo sulle cronache della nostra politica locale, finisca per rintracciare un copione vecchio di duemila anni, messo in scena con una precisione quasi chirurgica da chi, oggi, siede nelle stanze dei bottoni.
Il primo atto di questo dramma è il rinnegamento. Una parte della giunta comunale ha deciso di voltare le spalle a colui che, a conti fatti, è stato il loro “creatore” politico.
Senza quella mano tesa, senza quella visione che li ha scelti e proiettati fuori dall’anonimato politico-amministrativo, molti di questi protagonisti non avrebbero mai conosciuto il prestigio di una carica pubblica.
Eppure, oggi assistiamo al paradosso che le creature rinnegano il padre politico, sia ben chiaro giustamente anche se un tantino tardivamente, allontanando anche con freddezza quasi cinica chiunque sia rimasto fedele all’idea originaria o facendo andar via chi, semplicemente, non ha voluto piegarsi al nuovo corso.
Ci si chiede cosa passi nella mente del “rinnegato” nel vedere i propri discepoli trasformarsi in ingenui e inconsapevoli censori.
Ma il parallelismo si fa profetico quando tocchiamo poi il tema del tradimento.
Esiste un ammonimento celebre: “Non canterà il gallo che mi avrai già tradito”.
Nella nostra realtà, il gallo ha cantato più volte, ma i protagonisti sembrano aver sviluppato una sorda immunità al richiamo della coscienza.
Ciò che lascia sbigottiti non è tanto l’atto in sé, la storia politica ne è piena, quanto la narrazione che lo accompagna.
Questi “eroi” dell’ultima ora si dicono convinti di aver agito per puro amore verso la città, respingendo con sdegno le “malelingue” che parlano di un banale attaccamento alle poltrone, rivendicando una presunta superiorità morale.
Ma è davvero amore per la comunità o è solo un sofisticato esercizio di autoconvincimento per placare i rari rimorsi?
Mentre nel palazzo si consumano queste “passioni politiche”, fuori dalle vetrate la realtà è ben diversa con una cittadinanza assiste a questo spettacolo con un misto di delusione e amarezza. La gente osserva questi funamboli del potere e vede strade e servizi nel degrado mentre si discute di nuovi equilibri di giunta.
Progetti fermi al palo mentre ci si scambia accuse di tradimento, insomma un vuoto colmato solo da comunicati stampa autocelebrativi che non fanno altro che aumentare il discatto, che rischia di diventare totale ed interessare solo gli addetti ai lavori.
Gli amministratori sono convinti che i cittadini abbiano capito e addirittura approvato il loro operato, credono addirittura che la piazza applauda al loro “coraggio” e parlano di una nuova fase di di una nuova svolta per il rilancio della città, parole sentite già circa due anni fa.
In realtà, serpeggia solo un sentimento di profonda estraneità alle loro vicende, la percezione comune è quella di un teatrino autoreferenziale dove il bene della città è solo lo slogan usato per coprire il rumore delle poltrone che si spostano.
In questo clima il bilancio per la città resta magro, si sono sacrificati rapporti, si sono tradite amicizie, fiducie e si sono rinnegati percorsi comuni, ma per quale risultato concreto?
Se l’azione politica si riduce al puro mantenimento del potere, allora il “sacrificio” non ha nulla di nobile, ma diventa solo una squallida gestione dell’esistente.
Sarebbe bene che questi amministratori, prima di dichiararsi certi del consenso popolare, provassero a guardare la città con gli occhi di chi non vive di politica. Scoprirebbero che, spenti i riflettori sulla scena del tradimento, resta solo una comunità che aspetta fatti, non giustificazioni.
La storia, quella vera, non si scrive con le parole ma con le opere che restano.
E per ora, di opere, se ne sono viste ben poche. Ad Maiora
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