I centri storici di molte città italiane, i centri storici, si trova oggi di fronte a una sfida cruciale, come rivitalizzare spazi spesso segnati da un elevato numero di saracinesche abbassate e dal progressivo spopolamento.
A Caltanissetta, come altrove, il dibattito si è acceso in passato sul tema centro aperto o chiuso al traffico veicolare.
Molti sotenevano che la causa del declino commerciale, fosse da imputare al fatto che per anni rimase isola pedonale, anche se non proprio del tutto, ma ormai a distanza di anni si è finalmente capito che il problema non è dei famosi 300mt.
Oggi invece si accende, non potendo “accampare” più la scusa della pedonalizzazione, al suo decoro e c’è gente che punta l’attenzione, in modo particolare alle nuove attività commerciali, quando queste nascono grazie all’iniziativa di cittadini stranieri residenti, che a loro dire non dovrebbero esserci.
Non è un mistero che il nostro centro storico, nonostante il suo valore storico e architettonico, lotti contro la desertificazione commerciale, come anche quello residenzile.
Il fenomeno dei locali e delle case sfitte non solo impoverisce il tessuto economico, ma crea anche un senso di degrado e abbandono, riducendo l’attrattività e la sicurezza.
Di fronte a questo scenario, l’apertura di qualsiasi nuova attività, indipendentemente dalla nazionalità del titolare, dovrebbe essere vista come un segnale positivo e un passo verso la rinascita.
Ogni nuovo locale aperto è un affitto pagato, un posto di lavoro creato, e un presidio in più per la comunità.
A Caltanissetta, la discussione sulla nazionalità degli esercenti si scontra con una realtà demografica innegabile, quella cioè della presenza di residenti stranieri che è ormai significativa e radicata nel tessuto sociale.
Queste persone non sono solo più “ospiti”, ma cittadini attivi che contribuiscono alla vita della città, pagano le tasse e, non da ultimo, rappresentano una fetta importante del tessuto sociale, contribuendo al suo mantenimento, dalle scuole, che perderebbero classi, ad altro.
È quindi naturale e logico che una parte di questa comunità intraprenda l’attività imprenditoriale, investendo i propri risparmi e le proprie energie proprio nelle aree dove vive e risiede, spesso scegliendo i locali sfitti e contribuendo a riqualificarli.
Eppure, si sente e si legge di una certa resistenza e, talvolta, di una vera e propria contrarietà all’apertura di attività gestite da stranieri.
Il nodo della questione passa da rispondere ad una semplicissima domanda: Meglio una saracinesca abbassata che un locale aperto, se gestito da un non-italiano?
Questa posizione solleva un interrogativo etico ed economico fondamentale:
Ha senso, nell’attuale crisi del nostro centro storico, preferire il vuoto e il degrado all’imprenditoria straniera che porta vita e investimenti?
Le ragioni di questa ostilità possono essere molteplici: la paura della concorrenza, la diffidenza verso le culture diverse, il timore di un’alterazione dell’identità storica del luogo, o semplicemente il pregiudizio.
Insomma….poveri e superbi
È cruciale che la comunità e l’amministrazione riconoscano l’enorme potenziale che l’imprenditoria straniera può offrire.
Attività di base, come un nuovo alimentari, un barbiere o un servizio di vicinato, che proprio in centro storico mancano, sono fondamentali per la funzionalità quotidiana della città.
Il valore di queste aperture, indipendentemente dalla nazionalità del titolare, risiede nell’effetto che hanno sull’ambiente circostante. La vera e più pressante urgenza per il centro storico non è difendere un’identità rigida e immutabile, ma combattere la desolazione.
Il principio da sostenere è uno solo: se si tratta di attività che comunque ridanno vita a locali abbandonati, ben vengano. Meglio un barbiere, un negozio di telefonia o un alimentari straniero, che è comunque utile a tutti, che la desolazione di un locale vuoto.
Il centro storico di Caltanissetta non può permettersi di scegliere il degrado per paura del cambiamento.
La vita di una strada non è data dal buio o dalle serrande abbassate, ma dalla luce e dal movimento, la scelta deve essere netta e a favore delleluci accese non il buio pesto.
Per massimizzare i benefici di queste nuove aperture e placare le resistenze, l’Amministrazione Comunale e gli enti locali hanno un ruolo fondamentale, non solo normativo, ma di ponte e facilitazione.
Creare servizi di assistenza ad hoc per i nuovi imprenditori, con moduli e informazioni chiare, magari tradotte nelle lingue più diffuse tra i residenti, per snellire la burocrazia e garantire il rispetto delle norme igienico-sanitarie e fiscali.
Prevedere piccole agevolazioni fiscali, per tutti, o bandi mirati per chi decide di aprire attività in locali sfitti da tempo nel centro storico, a prescindere dalla provenienza, premiando l’impegno nella riqualificazione urbana.
Organizzare corsi sulla normativa commerciale italiana, ma anche incontri tra i nuovi esercenti e gli storici commercianti locali. Questo favorisce la conoscenza reciproca, previene la concorrenza sleale e promuove la collaborazione
Ma soprattutto serve una maggiore promozione dell’inclusione, includere attivamente le nuove attività nelle iniziative di promozione turistica e culturale della città, evidenziando la loro presenza come elemento di arricchimento e modernità del tessuto urbano.
L’integrazione, infatti, non si ottiene solo con le regole, ma creando opportunità di sviluppo economico reciproco.
L’obiettivo comune deve essere un centro storico non solo bello, ma soprattutto funzionante e dinamico, dove la provenienza di chi investe sia un dettaglio che arricchisce e non un ostacolo.
Ad Maiora
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