Non si pongono limiti e, soprattutto, non hanno dogmi.
L’ultima mossa di Futuro Nazionale, il neonato partito guidato dall’ex generale Roberto Vannacci, assomiglia a un perfetto manuale di guerriglia politica che rischia di mandare in cortocircuito la maggioranza di governo.
Dal Transatlantico arriva la sponda che non ti aspetti: i parlamentari vannacciani aprono ufficialmente al salario minimo, parlando di una soglia necessaria a 9 euro l’ora (se non addirittura 11) per garantire “la dignità dei lavoratori”.
Un asse inedito, quasi identico a quello storicamente proposto dalle opposizioni di Pd e Movimento 5 Stelle, che spacca la narrazione del centrodestra proprio mentre i dati economici certificano una pesante erosione degli stipendi reali.
Ma come fa un partito nato solo pochi mesi fa (a inizio 2026) e mai presentatosi alle elezioni politiche a dettare l’agenda e a “ricattare” la coalizione di Giorgia Meloni?
La risposta sta tutta nelle geometrie variabili dei regolamenti parlamentari e nell’articolo 67 della Costituzione, che sancisce la libertà del mandato e l’assenza di vincoli per deputati e senatori.
Vannacci non ha avuto bisogno del voto popolare per entrare nelle stanze dei bottoni, gli è bastato capitalizzare il malcontento interno alla maggioranza, attirando a sé ben otto deputati (tra cui gli ex leghisti Gianangelo Bof e Domenico Furgiuele, e gli ex Forza Italia Attilio Pierro e Davide Bergamini).
Oggi, arruolati sotto le insegne di Futuro Nazionale e posizionati strategicamente all’interno del Gruppo Misto, questi parlamentari rappresentano un tesoretto di voti decisivo. Una “fazione” che in alcune commissioni chiave della Camera conta ormai più fanti della Lega stessa.
L’apertura sul salario minimo è il primo vero avvertimento politico di Vannacci agli alleati, un “ricatto gentile” basato su un calcolo matematico elementare: senza i voti di Futuro Nazionale, il centrodestra rischia di non avere più la maggioranza.
In vista della Costituente del partito e forti di sondaggi sempre più generosi, i vannacciani giocano a fare l’opposizione interna. Utilizzano temi cari alla sinistra per scompaginare i piani del governo e marcare una distanza siderale da Matteo Salvini e Antonio Tajani. La realpolitik di Vannacci è chiara: dimostrare che la “destra pura” non prende ordini da Palazzo Chigi e che, se l’esecutivo vuole tagliare i traguardi legislativi, d’ora in avanti dovrà negoziare ogni singola misura. Anche a costo di guardare a sinistra.
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