Il dibattito sul rapporto tra una certa cultura politica conservatrice e la figura femminile tocca una ferita profonda nella storia d’Italia, segnata da dinamiche in cui la donna è stata spesso relegata a un ruolo puramente estetico, subordinato o, nei casi più gravi, utilizzata come “merce di scambio” per logiche di potere e favoritismi.
Non si tratta di casi isolati, ma di una tendenza emersa in numerosi episodi in cui la destra è scivolata in atteggiamenti di evidente sessismo, tradendo una scarsa considerazione per la dignità e il ruolo istituzionale delle donne.
Le radici culturali di questo fenomeno affondano in modo decisivo negli anni Ottanta, con l’avvento e l’esplosione delle reti televisive Mediaset, allora Fininvest. Questo nuovo modello televisivo ha scardinato il rigore pedagogico della Rai, introducendo una cultura di massa fondata su una marcata riduzione della figura femminile a puro oggetto di attrazione visiva.
Programmi iconici di quella stagione pop hanno sdoganato il corpo femminile giovane come elemento fisso di intrattenimento, un vero e proprio “sfondo decorativo” per i conduttori uomini.
Con la successiva discesa in campo della forza politica legata a quel medesimo impero televisivo nei primi anni Novanta, quel format estetico si è trasferito direttamente nelle istituzioni. Il termine “velina” è uscito dagli studi televisivi per entrare nei palazzi del potere. La presenza femminile in molti contesti di partito è stata a lungo criticata per essere legata a standard estetici e logiche di fedeltà personale, piuttosto che a percorsi di militanza o competenza.
Le inchieste e le cronache degli anni Duemila hanno svelato la degenerazione di questo sistema, in cui giovani donne venivano inserite in circuiti di ospitalità e favori in cambio di promesse di carriera nello spettacolo o nella politica, istituzionalizzando l’idea della donna come ornamento.
Questo tipo di mentalità e di linguaggio non si esaurisce affatto sotto i riflettori dei grandi media nazionali o nei palazzi della politica romana.
Negli ultimi anni, l’avvento delle piattaforme digitali ha dimostrato come isocial network, anche a livello locale, siano diventati la cassa di risonanza di dinamiche fortemente discriminatorie e denigratorie.
In alcuni profili social di esponenti politici o dei sostenitori di centrodestra capita e non di rado leggere post o commenti con aggressione verbale.
Questo tipo di mentalità e di linguaggio non si esaurisce solo sotto i riflettori dei grandi media nazionali o nei palazzi della politica romana.
Nelle realtà locali i profili social di esponenti politici o dei sostenitori d’area si trasformano non di rado in arene di aggressione verbale.
Quando ragionamenti discriminatori vengono portati avanti o tollerati proprio da chi ricopre incarichi politici sul territorio, l’effetto è quello di gettare benzina sul fuoco di un dibattito già degradato.
Questa tendenza dimostra come la svalutazione della donna sia purtroppo capillarmente radicata.
Il leader della Lega Matteo Salvini nel 2016 esibì una bambola gonfiabile durante un comizio a Soncino, Cremona. Durante l’evento, ha mostrato la bambola al pubblico dicendo che si trattava della “sosia” dell’allora Presidente della Camera, Laura Boldrini, lanciando lo slogan “#sgonfialaboldrini”
Anche l’area centrista e cattolica, asse portante delle coalizioni di destra, ha vissuto frizioni durissime su questo tema. Un episodio emblematico, come le intercettazioni hanno rivelato e anche a fatti che risalgono risale agli anni in cui Totò Cuffaro guidava la Democrazia Cristiana (Nuova DC) in Sicilia.
Durante una direzione regionale del partito, Cuffaro pronunciò dichiarazioni fortemente paternalistiche e sminuenti nei confronti delle donne di partito, liquidando le loro rivendicazioni di spazio e rappresentanza con battute giudicate sessiste e degradanti.
Questi atteggiamenti provocarono una vera e propria rivolta interna, le stesse esponenti femminili della DC, storicamente abituate a un linguaggio istituzionale e moderato, si indignarono pubblicamente, denunciando come la leadership maschile considerasse le donne non come pari politiche, ma come “portatrici di voti” o elementi puramente decorativi da gestire secondo logiche di potere patriarcale.
Il persistere di un certo tipo di retorica e la facilità con cui si scivola in scivoloni verbali o veri e propri scontri sul sessismo continuano a caratterizzare il dibattito istituzionale.
La destra si ritrova spesso al centro di queste tensioni, sia quando i suoi esponenti ne sono gli autori, sia quando ne diventano bersaglio attraverso un linguaggio speculare e altrettanto violento.
Il 15 maggio 2026, nel corso di un convegno sulla sicurezza digitale organizzato dalla deputata Mara Carfagna a Palazzo Giustiniani, alla presenza anche dell’ex ministra Mariastella Gelmini,, il Presidente del Senato Ignazio La Russa è finito al centro di dure reazioni da parte delle opposizioni per un’allusione giudicata sessista. Dovendo lasciare l’evento in anticipo, ha dichiarato: “Mi hanno promesso Mara e Stella che mi riferiranno… una seduta a tre con la Gelmini e la Carfagna non è male”.
Di fronte alle accuse di volgarità, La Russa si è difeso liquidando l’episodio come un fraintendimento linguistico, sostenendo che si riferisse semplicemente a una futura riunione parlamentare o di approfondimento in cui le due colleghe lo avrebbero aggiornato sui contenuti del convegno. Ha respinto le accuse affermando che vi fosse “della malizia negli occhi di chi guarda”.
Il clima di svalutazione e l’uso di metafore ambigue non risparmia nemmeno la prima donna alla guida del governo italiano. L’11 giugno 2026, alla Camera, il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Francesco Silvestri, ha attaccato duramente la premier Giorgia Meloni in merito alla sua linea di politica estera, vicina a Trump e Netanyahu, dicendo: “Lei non ha rialzato la schiena, lei ha semplicemente indossato le ginocchiere per stare più comoda”. L’espressione ha scatenato una rovente polemica e la Meloni ha replicato respingendo l’attacco, sottolineando con orgoglio di essere arrivata alla presidenza del Consiglio senza mai aver avuto bisogno di “indossare ginocchiere”.
Silvestri ha negato fermamente ogni intento sessista o offesa di genere, sostenendo che si trattasse di una metafora prettamente politica utilizzata per descrivere un atteggiamento di sottomissione o accondiscendenza geopolitica verso leader stranieri. Anche in questo caso, la difesa si è basata sul principio per cui la malizia appartenesse unicamente a chi ascoltava.
Questi episodi si innestano su un terreno già ampiamente compromesso, dove l’attenzione alla dignità delle donne è passata in secondo piano anche di fronte a gravi vicende private o professionali:
In seguito a una delicata vicenda di cronaca giudiziaria che vedeva coinvolto il figlio, l’attuale Presidente del Senato Ignazio La Russa aveva già espresso in passato forti riserve sull’attendibilità della ragazza denunciante. Questo intervento era stato duramente criticato come un esempio di colpevolizzazione della vittima, un meccanismo sessista che sposta il focus della responsabilità dall’accusato alla condotta della donna.
Un altro specchio di questa sottocultura è emerso dai fuori onda del giornalista Andrea Giambruno all’epoca conduttore a Mediaset e compagno di Giorgia Meloni. Nei video diffusi, l’atteggiamento nei confronti delle colleghe di lavoro si era rivelato intriso di battute a sfondo sessuale, avance fuori luogo e un linguaggio volgare che riduceva la professionalità delle giornaliste a dinamiche di seduzione cameratesca, mostrando pubblicamente la persistenza di dinamiche professionali tossiche.
Il meccanismo più inquietante si ritrova però in quegli scandali legati a concorsi pubblici, nomine e selezioni dove il corpo femminile o la disponibilità sessuale si trasformano nell’unico vero lasciapassare per il lavoro.
Senza nominare direttamente specifiche inchieste giudiziarie, il panorama politico e amministrativo ha registrato più volte dinamiche in cui i vertici di agenzie regionali, commissioni d’esame o enti di formazione sfruttavano la propria posizione di potere.
In questi contesti, la vulnerabilità di giovani professioniste o candidate diventava oggetto di ricatto, dove la stabilità lavorativa o il superamento di un concorso venivano barattati con favori, riproducendo esattamente lo schema della donna-merce.
Questa visione strumentale ha radici profonde che vedono nella donna un soggetto da “concedere” o “scambiare” per cementare patti di fedeltà tra uomini di potere, un’eredità culturale che la stessa militanza femminile ha dovuto e deve tuttora combattere per vedere riconosciuta la propria autonoma dignità politica e professionale.
L’analisi dei fatti passati e recenti restituisce una constatazione amara.
La svalutazione della figura femminile, che passa attraverso la mercificazione estetica, il ricatto di potere o l’uso di un linguaggio denigratorio, rimane un problema strutturale.
Nonostante i traguardi raggiunti e la presenza di donne nei ruoli apicali dello Stato, il retaggio di considerare la donna un ornamento o una “merce” fatica a scomparire, alimentato spesso proprio da chi, dalle istituzioni ai territori locali, dovrebbe dare l’esempio.
La speranza per il futuro è interamente nelle nuove generazioni. L’auspicio è che i giovani sappiano sviluppare una coscienza critica abbastanza forte da respingere questi modelli obsoleti, aprendo la mente verso una reale parità fondata sul rispetto umano e professionale.
Solo rifiutando i condizionamenti di chi continua a perpetuare logiche discriminatorie, le future classi dirigenti e la società civile potranno finalmente superare questa visione distorta, garantendo a ogni donna la dignità e la libertà che le spettano di diritto. Ad Maiora
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