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Caltanissetta 401 > News > Cronaca > Il Governo di Giorgia Meloni, Bruxelles e la sovranità italiana sacrificata: Il sovranismo tradito e la subordinazione a Bruxelles  
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Il Governo di Giorgia Meloni, Bruxelles e la sovranità italiana sacrificata: Il sovranismo tradito e la subordinazione a Bruxelles  

Autore: Redazione Visualizzazioni: 245 Tempo di lettura: 17 Pubblicato il: 18/10/2026 13:10
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PAOLO ZANGRILLO MINISTRO PA, ANTONIO TAJANI MINISTRO ESTERI, LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, MATTEO SALVINI MINISTRO INFRASTRUTTURE, GIANCARLO GIORGETTI MINISTRO ECONOMIA, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA MINISTRO AGRICOLTURA
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Riceviamo e pubblichiamo

Si chiamava sovranità nazionale quando serviva a conquistare il consenso. Oggi, davanti ai vincoli europei, al caro energia e alla crisi economica, quella promessa sembra essersi dissolta nella gestione ordinaria del potere. Gli italiani pagano il conto, mentre il Governo che doveva restituire loro la capacità di decidere continua a cercare margini di manovra a Bruxelles. C’è una parola che Giorgia Meloni ha usato per anni come una bandiera: sovranità. La sovranità dell’Italia, la difesa dell’interesse nazionale, la necessità di smettere di obbedire senza discutere alle decisioni dei poteri sovranazionali. Una parola ripetuta con forza quando era all’opposizione, quando era necessario convincere gli italiani che un Governo diverso avrebbe finalmente restituito dignità e autonomia alla nazione. Ma oggi, dopo anni di Governo, quella parola rischia di trasformarsi nel simbolo di una delle più evidenti contraddizioni della politica italiana: promettere di liberare il Paese dalla subordinazione e poi amministrare quella stessa subordinazione come se fosse inevitabile.

Le domande scomode

La domanda non è se Giorgia Meloni sia stata ascoltata a Bruxelles. La domande sono molto più scomode: che cosa ha ottenuto per l’Italia? Quali vincoli europei è riuscita a modificare? Quale autonomia energetica ha conquistato? Quale vantaggio concreto ha portato alle imprese italiane? Quale iniziativa diplomatica autonoma ha promosso per difendere gli interessi economici del Paese? E soprattutto: perché, quando Bruxelles chiude la porta alle richieste italiane, il Governo che prometteva di cambiare l’Europa sembra dover prendere atto della decisione e ricominciare a chiedere?

Tanta propaganda, nessun risultato ottenuto

Il 25 Ottobre 2022, presentando il programma del suo governo alla Camera, Giorgia Meloni assicurò che l’Italia avrebbe fatto sentire la propria voce in Europa senza subalternità e senza complessi d’inferiorità. Non prometteva semplicemente una migliore rappresentanza diplomatica: alimentava l’aspettativa di un cambiamento nei rapporti tra Roma e Bruxelles. Quella promessa autorizza oggi una verifica politica severa. Perché la sovranità non si misura dal tono dei discorsi, dalle bandiere esibite o dalla capacità di polemizzare con le istituzioni europee quando conviene. Si misura dai risultati: dalla possibilità di difendere la produzione nazionale, di contenere i costi energetici, di proteggere il potere d’acquisto e di esercitare un’influenza reale sulle decisioni comuni. Se questi risultati non arrivano, il governo deve risponderne.

Il mancato cambiamento

Non può continuare a presentarsi come il difensore dell’Italia contro i poteri esterni e, contemporaneamente, sostenere che i problemi non possono essere risolti perché mancano le risorse, perché lo impediscono le regole europee o perché il quadro internazionale è troppo complesso. Queste possono essere spiegazioni parziali. Non possono diventare un alibi permanente. Chi si candida a cambiare il sistema deve dimostrare di possedere gli strumenti politici per farlo. Altrimenti il sovranismo resta una parola efficace in campagna elettorale, ma incapace di trasformarsi in una politica di governo.

Bruxelles dice no e Roma incassa: dov’è finita la promessa di non piegarsi?

La recente controversia sulla flessibilità fiscale richiesta dall’Italia per fronteggiare gli effetti del rincaro energetico mostra quanto sia difficile trasformare le rivendicazioni nazionali in risultati. Secondo Reuters, l’8 Ottobre 2026 la Commissione europea ha respinto le richieste italiane e greche di maggiore flessibilità nelle regole di bilancio per affrontare le conseguenze dell’inflazione energetica. Il fatto che una richiesta venga respinta non costituisce, da solo, una prova di debolezza politica. Le istituzioni europee operano sulla base di trattati, procedure e regole condivise, e il Governo italiano deve tenere conto anche della sostenibilità del debito pubblico. Ma è proprio il contrasto tra le promesse e i risultati a rendere la vicenda politicamente significativa. Meloni aveva promesso di cambiare le regole che penalizzavano l’Italia. Se quelle regole continuano a limitare gli interventi nazionali, quali cambiamenti ha ottenuto? Se la Commissione respinge le richieste italiane, quale strategia alternativa intende adottare? Se ritiene ingiusta la rigidità europea, quali alleanze ha costruito per superarla? Gli italiani meritano risposte, non un’altra spiegazione sulla complessità della situazione. Perché la sovranità non consiste nel presentare una richiesta a Bruxelles e dichiararsi soddisfatti di averla presentata. Consiste nel costruire il consenso necessario a ottenere un risultato, oppure nell’ammettere con chiarezza che non si è riusciti a raggiungerlo.

La verità più scomoda: il Governo italiano non è una vittima di Bruxelles

C’è un punto che la politica italiana preferisce spesso evitare: il Governo nazionale non è un osservatore esterno delle decisioni europee. L’Italia partecipa al Consiglio europeo, prende parte al Consiglio dell’Unione europea attraverso i propri rappresentanti e concorre alla formazione delle politiche comuni. Il Governo può costruire alleanze, negoziare compromessi, promuovere riforme e, in molti ambiti, incidere direttamente sulle decisioni. Per questo motivo, attribuire ogni responsabilità a Bruxelles è politicamente comodo, ma insufficiente. Se le regole sono sbagliate, il Governo deve lavorare per cambiarle. Se le politiche energetiche sono inefficaci, deve proporre alternative. Se le decisioni comuni danneggiano interessi italiani che ritiene fondamentali, deve spiegare quali iniziative abbia intrapreso per modificarle. E se non ci riesce, deve assumersi la responsabilità politica del risultato.

L’economia italiana è il prezzo della rinuncia politica

Il Governo Meloni non può rivendicare tutti i meriti delle decisioni favorevoli e attribuire all’Europa tutti i costi di quelle sfavorevoli. Non può presentarsi come il protagonista del cambiamento quando le cose vanno bene e come una vittima impotente dei vincoli europei quando vanno male. Questa è la contraddizione che gli italiani hanno il diritto di contestare: il Governo si presenta come sovranista quando cerca consenso, ma richiama i limiti esterni quando deve spiegare perché le promesse non si traducono in risultati. Mentre la politica discute di equilibri istituzionali, le imprese devono fare i conti con i costi dell’energia, la concorrenza internazionale e una domanda interna condizionata dal potere d’acquisto delle famiglia. L’Italia è un Paese manifatturiero. La sua ricchezza dipende dalla capacità delle imprese di produrre, esportare, innovare e mantenere occupazione. Quando l’energia costa troppo, quando gli investimenti rallentano e quando le famiglie riducono i consumi, non è soltanto un problema contabile: è una questione di futuro nazionale.

La competitività economica come priorità strategica

Un Governo che abbia davvero a cuore la sovranità dovrebbe considerare la competitività economica una priorità strategica. Dovrebbe chiedere una revisione delle politiche energetiche europee, promuovere infrastrutture e interconnessioni, ridurre gli oneri che gravano sulla produzione e utilizzare in modo efficace le risorse disponibili per sostenere gli investimenti. Dovrebbe pretendere condizioni più equilibrate nel mercato unico, affinché la capacità di un Paese di aiutare le proprie imprese non dipenda esclusivamente dalla maggiore o minore disponibilità di risorse pubbliche. Dovrebbe infine presentare un piano industriale misurabile, con obiettivi verificabili su produttività, salari, investimenti e costi energetici. Invece, il dibattito pubblico continua troppo spesso a essere dominato da annunci, polemiche e giustificazioni. Ma le imprese non pagano le bollette con le dichiarazioni politiche. E le famiglie non fanno la spesa con le promesse elettorali.

Ucraina: anche sulla guerra l’Italia deve smettere di essere un passeggero

La guerra in Ucraina è un banco di prova della credibilità della politica estera italiana.

Donald Trump sta mostrando che gli Stati Uniti possono modificare le proprie priorità e rivedere le proprie scelte energetiche e diplomatiche. Washington persegue i propri interessi, anche quando questo significa prendere le distanze dalle aspettative di Kiev o dalle posizioni europee. L’Europa, al contrario, rischia di restare imprigionata in una strategia che fatica a indicare tempi, condizioni e obiettivi realistici per una pace duratura. L’Italia non può limitarsi a seguire automaticamente la posizione prevalente a Bruxelles, né può credere che ogni iniziativa americana coincida necessariamente con l’interesse europeo. Deve elaborare una propria proposta diplomatica, promuovere un cessate il fuoco verificabile e sostenere negoziati che affrontino le questioni territoriali, le garanzie di sicurezza e la prevenzione di nuove aggressioni. Deve inoltre pretendere che il sostegno militare ed economico a Kiev sia accompagnato da obiettivi politici chiari e da una valutazione trasparente dei costi. Questo non significa abbandonare l’Ucraina, giustificare l’aggressione russa o accettare automaticamente le annessioni territoriali proclamate da Mosca. Significa riconoscere che la guerra non può diventare una politica permanente, sottratta alla verifica dei risultati. La domanda rivolta a Meloni è semplice: quale iniziativa concreta ha promosso l’Italia per trasformare il sostegno a Kiev in una strategia diplomatica capace di avvicinare la pace? Non basta dichiararsi alleati affidabili. Bisogna dimostrare di essere anche capaci di proporre soluzioni.

Trump difende l’America. Meloni deve spiegare chi difende l’Italia

La questione energetica mette a nudo un’altra contraddizione. Se gli Stati Uniti cercano accordi commerciali funzionali ai propri interessi, non c’è nulla di sorprendente: ogni governo è chiamato a tutelare la propria economia. Il problema nasce quando l’Italia e l’Europa non riescono a fare altrettanto con la stessa efficacia.

La politica energetica non può essere affidata a reazioni improvvisate a ogni crisi internazionale. Servono diversificazione delle fonti, infrastrutture adeguate, contratti trasparenti, investimenti nelle reti, sviluppo delle rinnovabili e valutazioni serie su tutte le tecnologie disponibili. Occorre anche una diplomazia energetica capace di mantenere rapporti con più fornitori, evitando di sostituire una dipendenza eccessiva con un’altra. L’Italia deve difendere i propri interessi commerciali nel rispetto del diritto internazionale e degli obblighi europei, senza trasformare ogni scelta energetica in una prova di fedeltà geopolitica. Ma soprattutto deve pretendere che la politica europea consideri il costo dell’energia per le famiglie e per le imprese una questione centrale, non una conseguenza secondaria delle strategie internazionali. Se Washington tutela la propria economia e Bruxelles difende rigidamente le proprie regole, Roma non può limitarsi a chiedere comprensione. Deve costruire una strategia nazionale credibile e utilizzare tutto il proprio peso politico per ottenere risultati.

Il vero tradimento della promessa sovranista è non avere un piano alternativo

La sovranità non significa ignorare gli accordi internazionali o immaginare che l’Italia possa fare tutto da sola. Significa partecipare alle istituzioni comuni senza rinunciare alla capacità di difendere gli interessi nazionali. Significa sapere quali obiettivi perseguire, quali compromessi accettare e quali limiti non superare. Un governo che promette sovranità deve presentare un piano preciso per recuperare autonomia energetica, rafforzare l’industria, tutelare il potere d’acquisto, migliorare la posizione negoziale italiana e rendere più responsabili le istituzioni europee. Deve indicare quali regole vuole modificare, con quali alleati intende farlo e quali risultati si propone di ottenere. Deve anche spiegare con onestà ciò che non è possibile conseguire, evitando di alimentare aspettative irrealistiche. Quello che non può fare è continuare a utilizzare il linguaggio della sovranità senza dimostrare una corrispondente capacità di governo. Perché, se manca un piano alternativo, la denuncia delle regole europee resta una sceneggiatura politica. E se manca la volontà di affrontare un conflitto negoziale con Bruxelles, la promessa di cambiare l’Europa si riduce all’accettazione dell’esistente.

La sovranità non è un’assoluzione preventiva

Il Governo può rivendicare alcuni risultati e richiamare le difficoltà ereditate. Ma nessuna delle due cose lo sottrae al giudizio sul rispetto delle promesse. Gli elettori non hanno consegnato un mandato per amministrare con maggiore disinvoltura i vincoli esistenti. Hanno sostenuto una proposta politica che prometteva un cambiamento. Per questo devono poter chiedere conto dei risultati ottenuti in materia di energia, industria, salari, politiche europee e autonomia diplomatica.

Non è necessario sostenere che ogni decisione di Meloni sia sbagliata per rilevare la contraddizione tra la promessa di sovranità e la persistente difficoltà dell’Italia a incidere sulle regole e sulle strategie che condizionano il suo futuro.

La critica più seria non consiste nel pretendere risultati impossibili. Consiste nel chiedere se il governo abbia fatto tutto ciò che era ragionevolmente possibile per raggiungere gli obiettivi che aveva annunciato. E questa domanda non può essere liquidata come ostilità politica.

Conclusione: l’Italia non ha bisogno di un Governo che si dichiari sovrano: ha bisogno di un Governo che lo dimostri

L’Europa deve essere riformata quando le sue politiche danneggiano la crescita, limitano eccessivamente la capacità d’intervento degli Stati o non riescono a rispondere alle esigenze dei cittadini. Ma l’Italia deve smettere di utilizzare Bruxelles come spiegazione universale delle proprie difficoltà. Il Governo Meloni partecipa alle decisioni europee. Ha responsabilità politiche, strumenti negoziali e possibilità di costruire alleanze. Se non riesce a ottenere i cambiamenti promessi, deve spiegare perché e assumersene la responsabilità. Non può chiedere agli italiani di credere nella sovranità come principio assoluto e poi invitarli ad accettare ogni vincolo come una necessità inevitabile. Non può promettere di difendere l’economia nazionale e poi considerare il caro energia, la debolezza industriale e i limiti della politica estera come problemi sui quali l’Italia avrebbe soltanto un potere marginale. Non può rivendicare autonomia quando si tratta di conquistare consenso e invocare l’impotenza quando si tratta di produrre risultati.

La sovranità si difende modificando le condizioni che limitano la libertà di decisione del Paese

La sovranità italiana non è stata difesa semplicemente perché il Governo ha continuato a pronunciarne il nome. La sovranità si difende modificando le condizioni che limitano la libertà di decisione del Paese. Ed è qui che si misura la distanza tra la promessa e la realtà. Meloni aveva promesso di cambiare l’Europa. Oggi deve dimostrare quanto sia riuscita a farlo. Se non ci è riuscita, deve dirlo chiaramente agli italiani, senza nascondersi dietro le procedure di Bruxelles o le difficoltà del quadro internazionale. Perché la sovranità non può essere un privilegio riservato alle grandi potenze. E non può diventare una parola vuota proprio nel momento in cui un governo è chiamato a esercitarla. Il giudizio finale spetta agli italiani. Ma il dovere di rendere conto delle promesse fatte appartiene a chi governa. E nessuna bandiera, nessuno slogan e nessuna polemica con Bruxelles può sostituire quel dovere.

Angelo Giorgianni – Enza Falzone

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