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Il grande gelo tra Tel Aviv e Washington: Netanyahu sfida Trump, la guerra non è finita

By Redazione 105 Views 5 Min Read
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Mentre la Casa Bianca accelera sui canali diplomatici e stringe intese commerciali e strategiche nell’area del Golfo, il Premier israeliano frena gli entusiasmi: “Saremo in Libano finché necessario. Con l’Iran i giochi rimangono aperti”.

La narrazione di una “pax americana” immediata e senza ostacoli in Medio Oriente si sta scontrando con la dura realtà del terreno e, soprattutto, con la determinazione politica di Benjamin Netanyahu. A pochi giorni dai significativi passi avanti diplomatici della Casa Bianca, che rivendica la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz e un rinnovato regime di ispezioni sui siti nucleari di Teheran, il Primo Ministro israeliano ha lanciato un messaggio inequivocabile al Presidente Donald Trump: Israele non intende delegare la propria sicurezza a garanzie esterne, e la guerra è tutt’altro che conclusa.

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha impresso una forte accelerazione alla propria strategia mediorientale. L’approccio della Casa Bianca è pragmatico ed eminentemente economico: favorire la stabilità commerciale, garantire il flusso del petrolio e stringere intese con le monarchie del Golfo, considerate interlocutori chiave per un nuovo assetto regionale. Un disegno in cui la diplomazia viene presentata come un investimento redditizio per tutte le parti coinvolte, in grado persino di riaprire canali diretti, seppur complessi, con l’Iran.

Tuttavia, questa accelerazione rischia di mettere all’angolo Tel Aviv. Se Washington punta alla stabilità dei mercati e al disimpegno militare, le priorità di Israele rimangono radicalmente diverse: la neutralizzazione definitiva delle minacce lungo i propri confini e la certezza che Teheran non sviluppi mai l’arma atomica.

“La lotta continua”: Netanyahu blinda la presenza in Libano

In una recente e dura conferenza stampa, Netanyahu ha voluto marcare le distanze dall’alleato storico, pur mantenendo i toni formali della diplomazia: “Io e il presidente ci conosciamo da molti anni. Spesso siamo d’accordo, ma ci sono anche casi in cui non lo siamo”.

Le divergenze non sono sfumature, ma nodi strategici cruciali:

  1. L’autonomia militare: Il premier ha annunciato l’intenzione di costruire un sistema di armamenti totalmente autonomo per ridurre la dipendenza dalle forniture statunitensi. “Ora ci troviamo di fronte all’Iran e ai suoi alleati. Li abbiamo colpiti, ma non è ancora finita”, ha avvertito.
  2. Nessun ritiro dal Libano: Nonostante le pressioni internazionali e i tentativi di stabilizzare il cessate il fuoco, Netanyahu ha escluso categoricamente un disimpegno a breve termine: “Rimarremo nelle zone di sicurezza finché sarà necessario per proteggere il nostro Paese. Non ci sarà alcun ritiro dal Libano meridionale finché Hezbollah esisterà”.
  3. Lo spettro del nucleare: Per Tel Aviv, l’accordo tra Stati Uniti e Iran non offre garanzie sufficienti. La leadership israeliana paventa il rischio che l’allentamento delle sanzioni possa rifornire le casse del regime di Teheran, finanziando nuovamente i suoi proxy regionali.

La sfida di Netanyahu a Trump non ha solo un valore geopolitico, ma risponde anche a precise logiche di politica interna. Con l’annuncio della sua ricandidatura alle prossime elezioni (e la ferma intenzione di vincerle), il Premier israeliano sa di dover mantenere una postura di massima fermezza per blindare il proprio consenso. Accettare passivamente una tregua orchestrata da Washington senza aver ottenuto la totale eradicazione di Hezbollah e Hamas verrebbe percepito da una fetta importante dell’elettorato israeliano come una resa.

Mentre l’Onu registra i primi fragili giorni senza ostilità dirette nel Libano meridionale, le violazioni della tregua e i raid isolati dimostrano che la calma è solo apparente. La determinazione di Israele a mantenere zone cuscinetto a Gaza, in Libano e in Siria rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento a bassa intensità permanente. Trump vuole chiudere i conti e intestarsi il successo della pace globale; Netanyahu, al contrario, si prepara a un conflitto di lungo periodo. Il braccio di ferro tra i due storici alleati è appena cominciato.

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