La tavola dei cantori – Il Natale del 1833: arte, memoria e responsabilità tra Manzoni e il nostro presente
Il Natale, nella sua essenza più profonda, non è soltanto un evento religioso o una tradizione che si ripete, ma un archetipo universale che attraversa epoche e culture, un simbolo che ci parla della vita come ontologia dell’esistenza e della sua continua rinascita.
La mia opera La tavola dei cantori – Il Natale del 1833, è stata concepita come convivio natalizio, nasce da questa consapevolezza: immagino una stanza illuminata, un tavolo semplice che trattiene memorie, attorno al quale siedono Alessandro Manzoni con accanto la moglie Enrichetta Blondel, lo scrittore Mario Pomilio e la mia persona, in piedi, osservo la scena e rappresento il nostro tempo. In questo incontro immaginario, il passato e il presente si riconoscono e s’interrogano, le parole pesano come atti di responsabilità, la luce concentra i volti mentre fuori il mondo mostra le sue rovine. Non si tratta di un’illusoria parità di epoche, ma di un dialogo serrato tra le ferite del 1833 e quelle del nostro oggi, tra la voce degli Inni Sacri e le tragedie contemporanee di guerre, lutti e smarrimenti.
L’opera diventa meditazione civile e filosofica: la pittura non illustra, ma interroga; non consola, ma scuote; non si limita ad evocare la memoria, ma la mette a confronto con l’urgenza del presente. Manzoni ricorda che la poesia nasce da una ferita che cerca senso; Enrichetta Blondel trasforma la dedica in dovere di misericordia concreta; Pomilio ammonisce che la parola deve nominare le cause del dolore; io stesso affermo che la pittura non spiega la verità, ma la evoca, mostrando mani tese e sguardi incerti. In tempi di guerra, il volto diventa mappa del lutto e della resistenza, e l’immagine s’imprime come memoria che obbliga.
Il convivio diventa specchio critico: continuità morale tra epoca manzoniana e presente, diversità di contesti che mutano le forme del dolore, funzione dell’arte come disciplina etica e memoria visiva, affetto privato che si fa paradigma pubblico di responsabilità. La tavola si svuota lentamente, ma rimane un senso di obbligo affettuoso: le parole e le immagini non cancellano le catastrofi, ma orientano scelte quotidiane – ascoltare, curare, denunciare l’ingiustizia, praticare la pietà attiva. In tempi di guerre e lutti, l’arte – canto, parola, immagine – non è lusso, ma strumento per mantenere viva la responsabilità reciproca.
Il Natale, visto attraverso la mia arte, diventa proclamazione universale: non soltanto la nascita di un bambino, ma la nascita dell’uomo come possibilità, come compito, come responsabilità. Heidegger ci ricorda che «l’essere dell’uomo è un essere-per-la-morte», ma il Natale ci dice che ogni nascita è resistenza contro la finitezza, è un atto di trascendenza che obbliga a riconoscere il valore della vita. Levinas ci insegna che «il volto dell’Altro mi ordina: tu non ucciderai», e il Natale è proprio questo: il volto che ci interpella, che ci chiede responsabilità, che ci obbliga a difendere la sacralità dell’esistenza. Platone ci ricorda che «la bellezza è il fulgore del vero», e il Natale, se vissuto nella sua autenticità, è trascendenza estetica che illumina la verità dell’essere: la vita è dono, la vita è compito, la vita è trascendenza.
Attraverso la mia opera cerco di dare forma a questa verità. Ogni pennellata è un atto di responsabilità, ogni colore un invito alla speranza, ogni forma un tentativo di ricodificare il caos che ci circonda. Il Natale, così inteso, non è soltanto un evento religioso, ma un linguaggio universale che parla al cuore dell’uomo. È la proclamazione che la vita, pur segnata da contraddizioni è il bene più grande, difenderla significa restare umani, senza farsi sopraffare dall’intelligenza artificiale.
Io dipingo la vita, e dipingendo la vita dipingo anche il Natale come simbolo di rinascita e di resistenza. Non come illusione, ma come verità incarnata; non come fuga, ma come responsabilità; non come ornamento, ma come essenza. La mia arte vuole essere un manifesto di vita, un invito a credere che il Natale non sia soltanto una data, ma un principio universale che ci ricorda che la vita, pur friabile e imprecisa, è il fondamento dell’essere, la nostra più alta trascendenza e la più radicale etica della responsabilità.
Francesco Guadagnuolo
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