La credibilità è una moneta preziosa, difficile da guadagnare ma straordinariamente facile da dilapidare
Nel quotidiano, ciascuno di noi ne custodisce una quota, quando si parla di un rappresentante politico, invece, quella moneta diventa un bene pubblico.
Chi amministra, chi siede nelle istituzioni, non rappresenta solo se stesso, ma la fiducia dei cittadini che gli hanno affidato il proprio futuro.
Ed è per questo che sulla credibilità della politica non si dovrebbero fare sconti.
Siamo onesti, la tentazione di “raccontarla un tantino esagerata” fa parte della natura umana. Chi per farsi apprezzare di più, chi per accrescere una popolarità che magari vacilla, tende a gonfiare i propri meriti. Ma finché il gioco si limita al proprio ombelico, il rischio è calcolato, se vieni scoperto, la brutta figura comincia e finisce con te.
Il crinale diventa scosceso, e pericoloso, quando per apparire “lindi, puri e trasparenti” si decide di coinvolgere gli altri, scaricando su terzi responsabilità che sono, in tutto o in parte, proprie.
Ancor più grave è quando questo scaricabarile non avviene in difesa, ma in attacco e, cosa ancor più grave e quando si rappresenta non se stessi, ma la collettività.
Abbiamo assistito troppo spesso alla scena di amministratori che, messi di fronte a certe contraddizioni, reagiscono mostrando i muscoli…verbali.
Attaccano con parole pesanti chi osa sollevare qualche dubbio, “mistificazione”…”mentire sapendo di mentire” e “vergognarsi”. Una recita di sdegno morale che serve a coprire il rumore dei vetri che si scricchiolano.
Il problema dei castelli di carte, però, è che basta un alito di vento per farli venir giù., e quel vento, spesso, arriva proprio da chi quel castello ha contribuito a costruirlo.
Alla luce delle recenti comunicazioni e delle rivelazioni arrivate da chi faceva parte dello stesso gruppo politico o di quella stessa squadra, lo scenario cambia radicalmente.
Le testimonianze interne dicono altro. E allora il dubbio e la domanda sorgono spontanee
A mentire sapendo di mentire, a doversi guardare allo specchio con un pizzico di vergogna, forse non dovrebbero essere gli “accusatori”, ma proprio chi cercava di scrollarsi di dosso le colpe aggredendo il prossimo?
Quando la narrazione si scontra con i fatti certificati da chi c’era, considerato che non vi è smentita, la retorica dei muscoli verbali si trasforma in un boomerang politico devastante.
C’è una regola aurea che chiunque si trovi in un ruolo pubblico dovrebbe conoscere, quando vieni scoperto e le tue tesi crollano sotto il peso dei fatti, l’unica via d’uscita dignitosa sarebbe l’autocritica e “cospargersi il capo di cenere”, un modo di dire molto in voga ultimamente.
Invece si assiste all’esatto contrario. Una volta “sgamati”, e constatato di non avere più frecce al proprio arco, si sceglie la strada del rilancio, continuare ad attaccare a testa bassa, ripetutamente, sperando che l’aggressività possa sostituire la verità. Ma la foga verbale non può colmare un vuoto di prove. Continuare con un attacco continuo e ingiustificato, quando non si hanno più argomenti validi, non fa altro che peggiorare la situazione, trasformando una brutta figura in un vicolo cieco politico e morale. Meglio fermarsi finché si è ancora in tempo, prima di fare una figura memorabile.
E davanti a questo spettacolo, non resta che chiedersi:
Perché non segue una replica dettagliata? Di fronte a smentite così categoriche da parte di ex alleati o membri del proprio stesso gruppo, il silenzio o l’ulteriore insulto non bastano più. Se si hanno argomenti solidi, li si tiri fuori, altrimenti il silenzio diventa un’ammissione di colpa.
Ci si può ancora fidare? Una volta che il trucco è stato svelato, una volta che si è stati clamorosamente “sgamati”, come si può guardare negli occhi una persona simile e crederle ancora?
La fiducia, in politica, non è un assegno in bianco a tempo indeterminato, è a vista.
La situazione è ormai cristallizzata.
In questo scenario di macerie comunicative, al Sindaco spetta l’onere del verdetto politico e amministrativo. Il Primo Cittadino non può più permettersi il lusso del silenzio, dell’attesa o, peggio, di una finta neutralità.
Il Sindaco ha il dovere di pretendere un chiarimento definitivo e trasparente. Se le smentite interne e i documenti certificano che il castello di bugie è reale, il Sindaco deve trarre le dovute conseguenze politiche, congelare le deleghe o revocare l’incarico a chi ha dimostrato una tale condotta. Un amministratore che scarica le colpe su altri e attacca a testa bassa non è più un valore aggiunto, ma una zavorra per l’intera giunta.
Perché tollerare questo modus operandi significa diventarne complici agli occhi dell’opinione pubblica. Se il Sindaco non interviene per ristabilire i confini della verità e della correttezza istituzionale, la perdita di credibilità non colpirà più solo il singolo esponente “sgamato”, ma macchierà l’intera amministrazione comunale. Intervenire è un atto dovuto per proteggere l’onorabilità della sua giunta e del Comune, per dimostrare che il rispetto della verità e dei cittadini viene prima degli equilibri di poltrona.
Se al Sindaco spetta l’azione immediata, ai cittadini resta l’invito a una sana, profonda e non più rimandabile riflessione e anche se spesso la comunità tende a dimenticare in fretta, anestetizzata da un flusso continuo di proclami, post social e slogan urlati. Ma è proprio sulla distrazione dei cittadini che prospera chi fa della vera “mistificazione” una strategia politica.
Questa vicenda deve costringerci a riflettere su un punto cruciale.
Che tipo di rappresentanza meritiamo davvero? Meritiamo una politica ridotta a teatro, dove chi arriva prima a Palazzo comanda, chi grida più forte o chi punta il dito per primo ha ragione a prescindere dai fatti? O meritiamo amministratori capaci di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, anche quando queste comportano un errore o un fallimento?
Riflettere significa smettere di essere spettatori passivi e riscoprire il peso del proprio giudizio critico.
Bisogna comprendere che il voto e il consenso non sono premi di simpatia, ma mandati fiduciari. Quando un eletto calpesta la verità per salvare la propria posizione, sta calpestandola dignità di quegli stessi cittadini che lo hanno votato. Se accettiamo la bugia sistematica, se giustifichiamo lo specchio deformante di chi aggredisce per non ammettere le proprie colpe, diventiamo complici del declino della nostra stessa comunità.
La cittadinanza attiva si misura anche dalla capacità di indignarsi di fronte alle contraddizioni palesi e di pretendere trasparenza. Proprio in questo contesto, leggere certi commenti scritti in difesa dell’indifendibile lascia profondamente sgomenti. Vedere cittadini o sostenitori che si arrampicano sugli specchi, che negano l’evidenza o che giustificano l’ingiustificabile pur di difendere il proprio leader/amico o la propria fazione politica è un esercizio di cecità intellettuale che fa male alla comunità. Quando il tifo politico acceca a tal punto da far digerire la menzogna e lo scaricabarile, significa che il senso critico è naufragato.
Bisogna comprendere che il voto e il consenso non sono premi di simpatia, ma mandati fiduciari.
Ricordiamoci che chi oggi mente ai propri colleghi di coalizione e scarica su altri le responsabilità, domani farà lo stesso con gli elettori.
Isolare politicamente chi perde la propria credibilità non è una vendetta, è un atto di legittima difesa democratica.
Al Sindaco, dunque, l’onere del verdetto politico; a tutti noi, nelle piazze, nelle case, sui social e infine nelle urne, il dovere di non dimenticare e di scegliere, finalmente, da chi farsi rappresentare a testa alta.
Meglio un bicchiere d’acqua sincero che un mare di apparenze. Ad Maiora
Nota di Direzione: La redazione resta a completa disposizione delle parti citate o di chiunque sia coinvolto nella vicenda per ospitare repliche, chiarimenti, smentite o ulteriori contributi al dibattito, nel pieno rispetto del diritto di replica e del dovere di cronaca.

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