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Iran, Pezeshkian fa un ‘mezzo’ passo indietro: “Dovevamo ascoltare prima la gente”

Autore: Redazione Visualizzazioni: 240 Tempo di lettura: 5 Pubblicato il: 14/01/2026
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MASOUD PEZESHKIAN PRESIDENTE IRAN
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Il Capo di Stato ha condannato l’incapacità di raccogliere il disagio di “negozianti, commercianti e lavoratori” ma ha ignorato le richieste sulla fine della repubblica islamica e del sistema degli ayatollah

“Se la gente fosse stata ascoltata prima, non saremmo arrivati a vedere queste proteste”. Parole che invitano alla calma, quelle del presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, dopo giorni di manifestazioni a cui hanno partecipato migliaia di cittadini a Teheran e in altre città del Paese, così come riferisce l’agenzia nazionale Irna. Pezeshkian, nel corso di un incontro con il ministro dell’Economia, ha condannato l’incapacità di raccogliere il disagio di “negozianti, commercianti e lavoratori” per le “terribili condizioni economiche” in cui versa il Paese. Nessun cenno tuttavia alle altre istanze emerse dalle proteste più partecipate dal 2022, e iniziate a fine dicembre: riforme democratiche, fine della repubblica islamica e del sistema degli ayatollah e rispetto dei diritti umani e civili, a partire da quelli delle donne. Dura la repressione dei cortei, come hanno denunciato cittadini iraniani, anche a seguito di blackout di internet almeno fino alla serata di ieri.

Secondo un’organizzazione iraniana negli Stati Uniti, nel “buio digitale” si sarebbero intensificate le uccisioni e i morti sarebbero 2.800, ma c’è chi ne indica oltre 12mila. Sulle proteste è tornato con un post su Truth social Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha incoraggiato gli iraniani a “continuare a protestare per rovesciare le istituzioni” preannunciando che “gli aiuti sono in arrivo”. Sollecitato da un giornalista sul senso di questa promessa, Trump ha replicato che l’azione militare è tra le opzioni: per le violenze registrate “ci saranno conseguenze”, ha detto. Parole a cui ha replicato l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, accusando Washington di incitare alla violenza, destabilizzare il governo e minacciare la sovranità e la sicurezza del Paese. Il governo di Teheran ha anche accusato il governo di Israele di stare usando la propria intelligence per fomentare le proteste, attraverso “uomini addestrati” e “operativi all’interno del Paese”. Le autorità hanno anche riferito che tra i 18mila arrestati ci sarebbero anche 200 “sabotatori”, che saranno processati in modo “particolarmente rapido”. In Iran l’accusa di collaborazionismo con l’intelligence di Israele può costare fino alla condanna alla pena capitale.

In Iran infatti si fa ancora ricorso al boia: Amnesty International a settembre calcolava che nel Paese oltre un migliaio di persone siano state giustiziate solo nel 2025, il numero più alto degli ultimi 15 anni. L’organizzazione riferisce che dalle proteste del 2022 ‘Donna vita a libertà’, esplose dopo l’uccisione da parte della polizia morale della studentessa Mahsa Jina Amini, le autorità iraniane abbiano “intensificato l’uso della pena di morte come strumento di repressione di Stato per soffocare il dissenso”, per reati “legati alla droga”, ma anche per ragioni di “sicurezza nazionale”, in particolare dopo la “guerra dei 13 giorni” del giugno scorso contro Israele. Quanto a Tel Aviv, la scorsa settimana il ministro del Patrimonio culturale Amichai Eliyahu, in una intervista all’emittente radiofonica delle Forze armate, ha detto: “Quando abbiamo attaccato l’Iran durante l’operazione Leone nascente” del giugno 2025 “eravamo già sul suo territorio e sapevamo come gettare le basi per un attacco”. Eliyahu ha aggiunto: “Posso assicurarvi che in questo momento laggiù alcuni dei nostri uomini sono operativi”.

Fonte Agenzia Dire www.dire.it di Alessandra Fabbretti

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