Alla vigilia delle elezioni in Israele del 27 ottobre, la situazione politica si fa incandescente non solo sul campo, ma anche all’interno delle stesse istituzioni parlamentari. Tra le voci più critiche, isolate e al contempo bersagliate della politica israeliana c’è quella di Ofer Cassif, deputato comunista ed unico membro ebreo di Hadash, partito arabo-israeliano di sinistra. In un’intervista rilasciata a L’Espresso, Cassif traccia un bilancio durissimo dell’attuale esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, denunciando apertamente le politiche in corso nei territori palestinesi e puntando il dito contro le responsabilità della comunità internazionale.
La denuncia: “A Gaza un genocidio, Israele non è ancora una democrazia”
Non usa mezzi termini Cassif nel definire le azioni militari israeliane. Sostiene apertamente che a Gaza sia in corso un genocidio e in Cisgiordania una pulizia etnica, definendo inoltre “fascista” la linea del governo Netanyahu.
Interrogato sui motivi per cui in Israele sia così difficile pronunciare queste parole, il parlamentare punta il dito su ragioni tanto politiche quanto psicologiche: “Non vogliono che il mondo conosca la verità, perché è brutta e criminale (…) E poi a nessuno piace vedersi allo specchio nei panni del cattivo. Il risultato è che veniamo messi a tacere e perseguitati”. Alla domanda se Israele possa essere considerata una democrazia, la sua risposta richiama una celebre massima: “A Gandhi chiesero cosa pensasse della civiltà britannica. Rispose: ‘Sarebbe un’ottima idea’. Vale lo stesso per la democrazia israeliana: sarebbe un’ottima idea, ma non ci siamo ancora”.
Tra aule di tribunale e rischio di espulsione
La battaglia politica di Cassif si combatte anche nelle aule giudiziarie. Escluso in un primo momento dal voto dal Comitato elettorale — un blocco poi annullato dalla Corte suprema che ha tutelato i partiti arabo-israeliani —, il deputato rischia ora concretamente di perdere il seggio. Lo scorso 8 ottobre è arrivata la condanna da parte di un tribunale di Gerusalemme per un episodio risalente al maggio 2022, durante una protesta contro l’espulsione dei palestinesi a Masafer Yatta, a Sud di Hebron, in cui il politico sarebbe stato accusato di aver aggredito un agente. Una ricostruzione che Cassif rispedisce al mittente: “Erano i poliziotti a minacciarmi di spararmi, l’aggredito ero io”. Se a gennaio la condanna dovesse essere confermata, la sua permanenza alla Knesset verrebbe interrotta definitivamente.
Le elezioni e il nodo della Cisgiordania
In vista del voto del 27 ottobre, in cui l’opposizione capeggiata da Benny Gantz/Eisenkot sfida la coalizione di governo, secondo Cassif la priorità assoluta trascende i programmi di partito: “Dobbiamo fermare questi criminali (…) Non sarà il cambiamento che sogniamo, ma almeno un cambiamento capace di porre fine ai crimini in corso”. Qualora invece a spuntarla fosse ancora la maggioranza attuale, l’avvertimento è netto: “Sarebbe la fine della questione palestinese (…) e la rovina anche di Israele”.
Sul futuro assetto territoriale, il deputato ribadisce la validità della soluzione a due Stati, definendola molto più concreta di quanto si creda. Secondo Cassif, infatti, la colonizzazione non si regge solo su motivazioni ideologiche, ma su incentivi economici legati al divario tra il mercato interno israeliano e il generoso welfare garantito nei territori occupati.
Il duro jha accusation contro la comunità internazionale e l’Italia
Nel mirino di Cassif finisce anche l’atteggiamento dei governi occidentali. Sotto l’egida degli Stati Uniti (da Biden a Trump), accusa la comunità internazionale di aver coperto le azioni di Israele non solo con il veto e la diplomazia all’Onu, ma anche attraverso l’invio costante di armi.
Un giudizio severo viene riservato anche all’Italia e alla Germania: “Ogni volta che a Bruxelles si votavano sanzioni, i primi a mettersi di traverso sono stati Germania e Italia. Ironia della sorte, sappiamo da che parte stavano novant’anni fa”. Nonostante il quadro drammatico, Cassif intravede spiragli di cambiamento futuro nella spinta progressista internazionale e nella crescente insofferenza della diplomazia europea di fronte alle tensioni sul campo.
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