Esiste una costante strutturale nelle democrazie: quanto più il potere politico accumula nodi irrisolti e zone d’ombra, tanto più intollerante diventa nei confronti del giornalismo d’inchiesta e di satira. Quando la politica prova a silenziare o indebolire i giornalisti, lo fa perché certe inchieste toccano nervi scoperti che non devono essere mostrati all’opinione pubblica.
Dall’editto bulgaro del 2002 fino ai recenti procedimenti disciplinari, alla rimozione e alla sospensione di Sigfrido Ranucci, le modalità d’attacco si affinano, ma la logica rimane la medesima a qualsiasi livello, dal nazionale al locale.
I dettagli dei protagonisti dell’Editto Bulgaro (2002)
Il 18 aprile 2002, durante una visita ufficiale a Sofia, Silvio Berlusconi attaccò direttamente tre figure della TV pubblica, accusandoli di un “uso criminoso” della Rai. La causa scatenante furono specifici contenuti trasmessi prima delle elezioni del 2001:
- Enzo Biagi (Il Fatto): La goccia che fece traboccare il vaso fu la puntata in cui ospitò Roberto Benigni, che ironizzò pesantemente sulla figura di Berlusconi e sul suo patrimonio. Biagi fu accusato dalla maggioranza di centrodestra di aver trasformato un micro-spazio d’informazione del TG1 in un megafono di propaganda anti-berlusconiana a ridosso del voto.
- Michele Santoro (Sciusciò): Conduceva approfondimenti che mettevano al centro le vicende giudiziarie di Berlusconi (come le inchieste sulle tangenti e sulla Fininvest) e le connessioni tra politica e grande finanza. La maggioranza di governo lo accusava di dirigere una “tribuna politica di parte” camuffata da giornalismo d’approfondimento.
- Daniele Luttazzi (Satyricon): Nel marzo 2001 intervistò il giornalista Marco Travaglio per presentare il libro L’odore dei soldi, incentrato sulle oscure origini dei capitali della Fininvest. L’intervista e la satira sferzante di Luttazzi provocarono reazioni furibonde nel centrodestra, che lo accusò di lesione dell’onore e diffamazione in prima serata sul servizio pubblico.
La schieramento politico contro di loro
A schierarsi compattamente fu la maggioranza di centrodestra guidata da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord, sostenuta dai nuovi vertici Rai nominati dal governo. L’opposizione di centrosinistra denunciò invece una gravissima ingerenza politica ed un attacco al pluralismo, trasformando l’editto bulgaro in un caso simbolo di scontro sulla libertà di stampa.
Le inchieste di Sigfrido Ranucci (Report) e le ragioni dello scontro
Negli ultimi anni, Report e il suo conduttore Sigfrido Ranucci sono finiti costantemente al centro di polemiche politiche, querele temerarie e azioni disciplinari aziendali, culminate nelle decisioni sulla rimozione dalla conduzione del programma e nelle recenti sanzioni disciplinari di sospensione:
- Inchieste sui fondi pubblici e gestione PNRR: Servizi dettagliati sulle opacità negli appalti e nella destinazione dei fondi europei, che hanno coinvolto vari ministeri.
- Appalti e contratti nell’ambito della Difesa e della Sanità: Inchieste su conflitti d’interesse e nomine nelle partecipate statali.
- Inchieste sulle vicende dei Ministri e vertici di Governo: Servizi dedicati a casi d’interesse pubblico riguardanti esponenti dell’esecutivo (dalle aziende di famiglia del ministro Daniela Santanchè, al caso dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, fino ai rapporti di vario tipo della maggioranza politica).
- I contatti e i casi interni alla Rai: La Rai ha mosso contestazioni formali legate al Codice Etico aziendale (tra cui l’invio di mail e corrispondenza interna e le dichiarazioni pubbliche del giornalista sui colleghi o sui vertici Rai), portando prima alla decisione di rimuoverlo dalla guida del programma e poi a un provvedimento di 10 giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione. Il Roma
Lo schieramento politico contro Ranucci
A chiedere interventi drastici, convocazioni in Commissione di Vigilanza Rai e sanzioni contro Ranucci è stato soprattutto l’attuale centrodestra di governo (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia), che ha accusato Report di fare “killeraggio politico” e di condurre inchieste a senso unico. Al contrario, le forze d’opposizione (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra) sostengono il giornalista denunciando un tentativo di soffocare l’ultimo baluardo del giornalismo d’inchiesta televisivo.
L’evoluzione delle tecniche di censura
Mentre nel 2002 l’attacco fu frontale e sfacciato (l’ordine di non far più lavorare i tre giornalisti impartito in conferenza stampa), oggi il potere adotta strumenti di logoramento amministrativo e burocratico:
- Pressioni burocratiche ed etiche: Contestazioni del codice di comportamento aziendale, procedimenti disciplinari e commissioni interne.
- Battaglie legali ed economiche: Querele milionarie dai politici per prosciugare le risorse della redazione.
- Isolamento organizzativo: Tagli ai budget per i giornalisti freelance d’inchiesta e revoca delle tutele aziendali.
Conclusione
Che si tratti dell’editto bulgaro di vent’anni fa o delle sospensioni e rimozioni odierne, il meccanismo di fondo non cambia: quando la politica ha troppo da nascondere, cerca di silenziare chi fa le domande scomode.
Ma se i grandi nomi della TV nazionale riescono ancora, grazie alla propria notorietà, al sostegno dell’opinione pubblica e alle risorse economiche, a trovare la forza di resistere ed esporre gli abusi, il dramma più grande riguarda il giornalismo locale.
Le piccole testate regionali, i quotidiani di provincia e i blog di satira e d’inchiesta locali sono la spina dorsale dell’informazione di territorio, ma spesso hanno “le spalle non abbastanza larghe” per sopportare il peso dell’intimidazione.
Una semplice querela temeraria o una richiesta di risarcimento danni sproporzionata potrebbe significare la bancarotta immediata per il giornale o per il singolo cronista.
Le pressioni della politica o dei poteri economici si traducono direttamente anche nel reperire o nel taglio della pubblicità, per chi con questa sopravvive, fonte primaria di sostentamento.
L’isolamento è totale e rimane lontano dai riflettori della cronaca nazionale.
Quando un cronista di provincia viene intimorito o spinto al silenzio, a perdere non è solo lui ma un’intera comunità, tranne chi tifa contro, che viene privata della possibilità di ottenere risposte o conoscere certe verità su dinamiche e fatti locali.
Ecco perchè proteggere e sostenere, in vario moso, il giornalismo libero, dai grandi palcoscenici nazionali alle periferie più isolate, significa difendere il diritto di ogni cittadino a vivere in una società trasparente e veramente democratica. Ad Maiora
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