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Lesa maestà a colpi di click: il politico che ti “unfrienda” se azzardi una critica

Autore: Sergio Cirlinci Visualizzazioni: 224 Tempo di lettura: 6 Pubblicato il: 28/09/2026 07:52
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Succede nell’oscura penombra di una serata qualunque, ed è una scena che nei nostri piccoli centri, dove ci si conosce quasi tutti e dove l’attenzione della comunità è giustamente altissima, si ripete con grottesca regolarità.

Sia che si tratti di un semplice cittadino armato di memoria, di una testata giornalistica locale sempre attenta a ciò che accade sul territorio, oppure di una pagina o di un gruppo social vigile e pronto a non lasciarsene scappare una, la dinamica non cambia.

In una piccola realtà locale, dove il controllo civico e l’informazione dal basso svolgono un ruolo vitale per la democrazia, ci si aspetterebbe che a una critica, a un’osservazione o a una domanda pungente sulla politica locale, ma anche su questioni di interesse generale, seguisse ciò che di più logico e civile possa esistere: una risposta, un chiarimento o persino una smentita argomentata.

E invece cosa succede? Nessuna risposta. In compenso scatta la scure.

Invece di raccogliere il guanto del confronto, si preferisce zittire l’interlocutore.

Nel caso del singolo cittadino gli viene tolta l’amicizia; nel caso di testate, gruppi o pagine “troppo attenti”, scatta direttamente il blocco. Il verdetto della ghigliottina digitale è inappellabile: bannato e cacciato senza appello.

Dal punto di vista politico, assistere a un simile spettacolo è un’esperienza quasi commovente per la sua goffaggine.

Il nostro “eroe dell’urna” sceglie spesso di usare il proprio profilo personale anziché una pagina pubblica per fare propaganda istituzionale. Perché? Perché sul profilo si controlla tutto meglio, si gioca in casa, si selezionano gli “amici” come ai compleanni di terza elementare.

Quando un elettore, una testata o un gruppo social azzarda un appunto educato, la reazione non è l’argomentazione, ma l’epurazione. Si usa uno strumento privato per gestire la cosa pubblica: una pretesa esilarante di chi vuole gli onori e la visibilità della piazza, ma pretende la tranquillità e l’ovatta del proprio salotto.

Togliendo la connessione o bloccando chiunque non batta le mani, il politico crea una bacheca surreale in cui il cento per cento della popolazione sembra adorarlo. Un consenso bulgaro ottenuto non con la validità delle opere o del dialogo, ma con l’uso compulsivo del tasto di rimozione e del blocco.

Sul piano etico e morale, la faccenda si fa ancor più spassosa e spietata. Togliere l’amicizia o bloccare chi fa notare le criticità della gestione locale è la confessione aperta di un’incontinenza emotiva spaventosa.

Nel suo piccolo regno virtuale, il politico si sente un moderno Marchese del Grillo: un’autorità intoccabile che guarda dall’alto in basso cittadini e informazione locale sussurrando la celebre massima: «Io so’ io e voi…». Soltanto che il Marchese gli scherzi li faceva con genialità e carisma, mentre qui siamo di fronte a una versione decisamente meno affascinante, quella di chi scambia la carica pubblica per un titolo nobiliare e la libera critica per un atto di lesa maestà.

Quando la polemica è civile e priva di insulti, non ci si può appigliare alla solita scusa del “mi difendo dagli hater”. Se l’osservazione di una testata, di una pagina o di un cittadino è argomentata, l’unica cosa da cui il politico si sta difendendo è la propria impreparazione e incompetenza. Punire la comunità virtuale con il blocco o la revoca del contatto tradisce una visione squisitamente feudale del potere: “Io ti concedo di vedere la mia vita e i miei pensieri; se non mi aduli o mi fai domande sgradite, ti scaccio dal feudo”.

Arriviamo infine al galateo della rete. Nel magico mondo del bon ton digitale, la manovra del “defriend” o del blocco in risposta a un intervento educato equivale a girarsi di scatto, mettere il muso e battere i piedi mentre ci si allontana. È la forma più pura di maleducazione passivo-aggressiva.

Il vero savoir-faire politico, a maggior ragione in una piccola comunità dove ci si incrocia ogni giorno per strada, imporrebbe che a una critica composta si risponda con l’arma del merito o con un’elegante smentita dati alla mano. Togliere il saluto, perché di questo si tratta, o silenziare gli organi e i gruppi di discussione locali è l’equivalente di mettersi le dita nelle orecchie e urlare “No no no, non ti sento!”.

In conclusione, caro politico dal click facile e con ambizioni da feudatario di provincia, puoi anche ripulire il tuo profilo da ogni voce dissonante, bloccare le pagine che non ti incensano e circondarti di sole faccine con i cuoricini, ma ricordati che la realtà di una piccola comunità non funziona con l’algoritmo di Zuckerberg. Quando scenderai dal piedistallo digitale per passeggiare in piazza, le domande sgradite, i nodi irrisolti e l’attenzione dei cittadini e dell’informazione locale saranno ancora lì ad aspettarti. E lì, purtroppo per te, non ci sarà nessun titolo nobiliare, né tantomeno un tasto “blocca” a salvarti la faccia. . Ad Maiora

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