A Palermo, da quello che si apprende da varie testa giornalistiche, il leader di Forza Italia blinda la ricandidatura di Schifani e respinge ogni accusa di “questione morale”, ma dietro il garantismo di facciata resta il nodo di una classe dirigente falcidiata dalle indagini.
In una Palermo che torna a interrogarsi sulla tenuta etica dei suoi palazzi, Antonio Tajani sceglie la via della trincea. Il Vicepremier e leader di Forza Italia, giunto nel capoluogo siciliano per serrare i ranghi, ha tentato di trasformare l’imbarazzo per l’ennesimo scossone giudiziario in un’occasione di rivendicazione politica. Il bersaglio? La Procura di Caltanissetta, rea di aver chiesto l’arresto del deputato azzurro Michele Mancuso per corruzione.
Di fronte alle domande incalzanti sulla selezione della classe dirigente in un’isola dove le inchieste per corruzione si susseguono a ritmo serrato, Tajani rispolvera il repertorio classico del berlusconismo, il garantismo come arma di difesa. «Non c’è una questione morale in Sicilia», ha dichiarato con nettezza, bollando le accuse come attacchi a un intero popolo.
Una strategia comunicativa che sembra voler confondere la responsabilità politica con quella penale: se è vero che la presunzione d’innocenza è un pilastro del diritto, è altrettanto vero che la politica dovrebbe rispondere dei propri criteri di selezione prima che arrivino le sentenze.
Definire le indagini come “giustizia a orologeria” appare, ancora una volta, come un modo per spostare l’attenzione dal merito delle accuse alla tempistica dei magistrati.
Per Tajani, i numeri dell’economia bastano a silenziare le critiche. Citando una crescita del Pil superiore alla media nazionale, il Ministro ha blindato la giunta Schifani: «Gli uscenti sono ricandidati. Questa regione resterà a Forza Italia».
Tuttavia, questa auto-assoluzione collettiva solleva dubbi sulla reale capacità del partito di rinnovarsi. Liquidare il problema morale come un “attacco al Sud” o una “cultura disfattista” rischia di diventare un alibi pericoloso.
La narrazione di una Sicilia che corre non può cancellare la realtà di una politica che, troppo spesso, finisce nelle carte dei tribunali per scambi di favori e malaffare.
Tajani gioca il tutto per tutto sulla continuità, ignorando le crepe che si aprono nei palazzi del potere siciliano. Ma la domanda resta: basta rivendicare la “sicilianità perbene” per nascondere le fragilità di un sistema che continua a inciampare negli stessi errori?
Mentre il Vicepremier parla di risultati positivi, l’opinione pubblica osserva una classe dirigente che si dichiara “garantista con tutti” pur di non dover fare i conti con la propria pulizia interna.
La Sicilia di Forza Italia resta una roccaforte, sì, ma una roccaforte che preferisce alzare il ponte levatoio della retorica piuttosto che affrontare i nodi di una questione morale che, con buona pace di Tajani, continua a bussare con forza alle porte della Regione.
Mentre Tajani parla di “risultati positivi” e “presunzione di innocenza”, le carte della Procura di Caltanissetta dipingono uno scenario molto meno rassicurante.
Al centro del mirino c’è Michele Mancuso, deputato regionale di Forza Italia, accusato di corruzione.
Secondo gli inquirenti, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di un sistema consolidato.
L’inchiesta ipotizza un intreccio tra la gestione dei fondi pubblici e il drenaggio di consensi elettorali attraverso la promessa di incarichi o agevolazioni.
Sotto la lente non c’è solo il singolo politico, ma un apparato che avrebbe trasformato l’ufficio pubblico in un centro di smistamento di interessi privati.
Tajani la definisce “giustizia a orologeria”, ma i magistrati replicano che le indagini sono il frutto di mesi di intercettazioni e riscontri documentali che non possono essere ignorati per opportunità politica.
Le dichiarazioni del Vicepremier hanno sollevato un polverone tra i banchi della minoranza all’Ars (Assemblea Regionale Siciliana).
PD e Movimento 5 Stelle accusano il leader azzurro di “negazionismo etico”.
I dem sottolineano come il mantra della “responsabilità personale” sia un paravento per non affrontare il fallimento della selezione della classe dirigente. «Parlare di Pil mentre i tuoi deputati rischiano l’arresto è un’offesa ai siciliani onesti», commentano dalla segreteria regionale.
I pentastellati attaccano frontalmente l’idea che il 99,9% dei siciliani sia “usato” come scudo umano per proteggere la politica: «È proprio perché i siciliani sono perbene che meritano una politica che non debba passare dai tribunali ogni settimana. Tajani confonde il Sud con il suo bacino elettorale».
La strategia di Tajani è chiara: blindare Schifani e il partito per evitare che la coalizione di centrodestra si sfilacci sotto i colpi dei magistrati.
Tuttavia, il rischio è quello di apparire scollati dalla realtà.
Rivendicare la guida della Regione come un “diritto acquisito” di Forza Italia, ignorando le pesanti nubi giudiziarie, potrebbe trasformarsi in un boomerang elettorale, specialmente se le inchieste dovessero produrre ulteriori sviluppi prima del voto.
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