Il pentito Bruno parla di incontri in uno studio legale e di un’affascinante “signora della droga”
Rispunta con forza la pista della massoneria deviata nella fitta rete di faccendieri e soci occulti che hanno protetto e sostenuto la lunga latitanza del boss di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro.
Il quadro emerge chiaro dalle parole del Procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, che in conferenza stampa ha tracciato la linea dei prossimi step investigativi: “C’è ancora molto da scoprire. E lo scopriremo”.
La nuova spinta propulsiva alle indagini non si limiterà alla ricerca del tesoro accumulato dal capomafia di Castelvetrano, ma punta direttamente a dare un volto e un nome a figure chiave finora rimaste nell’ombra.
Dai verbali di uno dei più recenti collaboratori di giustizia, Giuseppe Bruno, spuntano infatti i profili di due misteriosi personaggi: un influente professionista legato ai circuiti massonici e una donna enigmatica, indicata provvisoriamente come “Miss X”.
Gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) sono già al lavoro per riscontrare le dichiarazioni del pentito, figlio di un imprenditore storicamente legato alla potente famiglia mafiosa di Bagheria. Bruno, grazie a questi legami e al rapporto preferenziale con Mimmo Scimonelli, considerato a lungo il “bancomat” del latitante, avrebbe avuto un accesso diretto a informazioni riservatissime.
Il racconto del collaboratore subisce un’accelerazione decisiva quando i magistrati gli mostrano la foto di Giacomo Tamburello, il narcos che avrebbe aiutato Messina Denaro a creare un imponente canale finanziario e tesori oltreoceano. Davanti a quell’immagine, Bruno non esita e comincia a vuotare il sacco: “Riconosco il nome, l’ho conosciuto in occasione di un incontro che ho avuto a Mazara del Vallo con Filippo Guttadauro nel retrobottega di una tabaccheria di un loro amico, basso di statura, di cui non ricordo il nome. Il periodo era all’incirca l’inizio dei duemila. In quell’occasione Tamburello mi fu presentato“.
Scandagliando i propri ricordi, il pentito si sofferma su un periodo specifico tra il 2012 e il 2014. In quegli anni, il suo gruppo societario operante nel riminese stava cercando di costituire una società finanziaria finalizzata al rilascio di fideiussioni. Fu in quel contesto che emerse la figura di un avvocato di Castelvetrano, descritto come membro attivo della massoneria, che operava in uno studio associato insieme a una collega. Tamburello, che nell’ambiente veniva introdotto con il criptico appellativo di “Ingegnere”, spiegò a Bruno che quel legale godeva di altissime introduzioni all’interno della famiglia mafiosa di Mazara del Vallo.
Secondo quanto riferito, l’avvocato massone e Tamburello non si occupavano solo di ingegneria societaria, ma gestivano un colossale traffico di sostanze stupefacenti per conto del latitante. Il network era in grado di importare enormi quantitativi di hashish dal Marocco e di eroina. Ma è sul fronte della cocaina che il sodalizio esprimeva la massima forza commerciale: grazie a canali diretti con i cartelli del Sudamerica, riuscivano a immettere la merce sul mercato all’ingrosso a prezzi stracciati, sbaragliando la concorrenza delle consorterie calabresi.
È in questo snodo che si inserisce la misteriosa figura femminile: “So che in tale traffico vi era un coinvolgimento di una donna, che Calvaruso, mi disse essere molto bella”, mette a verbale Bruno, riferendosi a un’affascinante e spregiudicata “signora della droga”.
Nelle conclusioni dei verbali, il collaboratore ribadisce la solidità del patto criminale e la potenza economica del network: all’epoca i calabresi vendevano la cocaina a 31 mila euro al chilo, mentre la rete di Tamburello e dell’avvocato massone riusciva a piazzarla a soli 24 mila euro, a condizione che il pagamento avvenisse rigorosamente a vista.
L’inchiesta della DDA di Palermo resta dunque incandescenti. La ricerca del professionista e della donna misteriosa è appena cominciata, guidata da un interrogativo finale che evoca i grandi misteri.
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