Secondo i giudici, che hanno accolto il ricorso della difesa, non sussisterebbero elementi che possono far parlare di sicurezza per l’ordine pubblico. Era stato colpito da un provvedimento di espulsione firmato dal ministro Piantedosi
Dietrofront sull’imam di Torino rinchiuso in un Cpr dopo il provvedimento di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Ora la Corte di appello si è pronunciata per lo stop al trattenimento di Mohamed Shahin nel centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta. I giudici hanno accolto uno dei ricorsi presentati dagli avvocati dell’uomo, i quali hanno sostenuto che – anche alla luce di nuova documentazione – non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico.
A Shahin viene contestata la partecipazione a un blocco stradale lo scorso maggio e, soprattutto, alcune frasi sul 7 ottobre e su Hamas: aveva detto di “essere d’accordo” con quanto successo e aveva rifiutato l’etichetta di “violenza”. Poi, il giorno dopo aveva ridimensionato le sue affermazioni e aveva spiegato di aver letto il pogrom del 7 ottobre nel più ampio contesto della decennale occupazione israeliana (una “reazione”). Dopo la denuncia della deputata torinese di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli, si era mosso Piantedosi che aveva emesso un decreto di espulsione. Secondo il Viminale, Shahin avrebbe “intrapreso un percorso di radicalizzazione religiosa connotata da spiccata ideologia antisemita” e avrebbe contatti con quelli che ha definito “oggetti noti per la loro visione radicale e violenta della religione”.
Shahin è stato poi arrestato lo scorso 24 novembre mentre accompagnava i suoi due figli (di nove e 12 anni) a scuola, poi portato a Caltanissetta dove – fino a oggi – gli è stata negata qualsiasi visita di familiari. A difesa dell’imam di Torino si sono subito schierate decine di associazioni, intellettuali e anche il vescovo (cattolico) di Pinerolo, Derio Olivero: “Mohamed Shahin è da 21 anni in Italia, è incensurato e ha lavorato con serietà. Posso testimoniare che ha sempre lavorato per il dialogo e per la collaborazione a Torino – aveva detto il vescovo -. Mi sembra strano e assurdo che ora rischi di essere espulso per delle opinioni: in Italia c’è libertà di opinione. Possiamo essere contrari ma non possiamo condannare una persona soltanto per quello che ha espresso”.
C’era poi un ultimo punto problematico del caso di Shanin, perché il decreto prevede l’espulsione verso l’Egitto. Dove però potrebbe andare incontro a persecuzioni e violenze, perché l’imam di Torino è considerato un “oppositore politico” del regime di al Sisi.
Fonte lespresso.it
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