Si è spento all’età di 94 anni Bruno Contrada, figura emblematica e controversa della storia recente italiana. Ex dirigente dei servizi segreti (Sisde) e volto di spicco della Polizia di Stato a Palermo, la sua vita è stata segnata da una parabola giudiziaria durata decenni, conclusasi solo nel 2017 con una storica riabilitazione.
Dalla prima linea contro Cosa Nostra ai vertici del Sisde
Entrato in polizia a soli 27 anni, Contrada legò indissolubilmente il suo nome alla Sicilia. Nel 1973 assunse la guida della Squadra Mobile di Palermo, distinguendosi per operazioni che portarono a numerosi arresti nelle file della criminalità organizzata. La sua ascesa continuò nel 1982 con l’ingresso nei servizi segreti civili (allora SISDE), dove scalò le gerarchie fino a diventare il numero tre dell’agenzia nel 1986.
Il crollo: le accuse dei pentiti e l’arresto del ’92
La sua carriera subì una frattura insanabile nel 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Sulla base delle dichiarazioni di grandi collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo e Rosario Spatola, Contrada fu accusato di essere “a disposizione” di Cosa Nostra.
Secondo le testimonianze, il dirigente avrebbe passato informazioni riservate ai boss (tra cui Rosario Riccobono) e, nell’accusa più grave, avrebbe favorito la latitanza di Totò Riina. Contrada respinse sempre ogni addebito, parlando di contatti necessari a fini di infiltrazione e di una “vendetta” dei pentiti per la sua attività investigativa.
Il calvario giudiziario e la condanna
Il processo si concluse nel 2007 con una condanna definitiva a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Contrada scontò la pena tra carcere e arresti domiciliari, nonostante le polemiche sulle sue precarie condizioni di salute (che portarono a una prima condanna dell’Italia da parte della Corte Europea nel 2014).
La svolta di Strasburgo e la riabilitazione
La vera svolta arrivò nel 2015, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ribaltò la prospettiva giuridica sul caso. I giudici di Strasburgo stabilirono che l’Italia aveva violato il principio di legalità:
All’epoca dei fatti contestati (1979-1988), il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era ancora chiaramente definito dalla giurisprudenza italiana.
In sostanza, Contrada non poteva essere condannato per una fattispecie di reato che non era “sufficientemente chiara” nel momento in cui i fatti sarebbero avvenuti. Recependo questa sentenza, nel 2017 la Corte di Cassazione revocò la condanna, dichiarandola nulla e mettendo fine a un caso che ha diviso l’opinione pubblica e la magistratura per venticinque anni.
Con la sua scomparsa, si chiude un capitolo complesso sui cosiddetti “anni di fango” e sui rapporti mai del tutto chiariti tra apparati dello Stato e criminalità organizzata.
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