Il Natale non è solo una ricorrenza, ma un tempo simbolico in cui le comunità sono chiamate a fermarsi e interrogarsi sul proprio cammino, momento in cui il significato autentico delle istituzioni e il patto di fiducia tra cittadini e Stato emergono con particolare chiarezza, o più spesso si rivelano nelle loro drammatiche contraddizioni.
La democrazia non si esaurisce nelle mere formalità, perché come ricordava Norberto Bobbio, essa vive nella qualità delle decisioni e nella capacità di trasformare le regole in tutela concreta delle persone, sicché una legalità che resta sulla carta è già di per sé una promessa tradita.
Ancor più grave è quella invocata in modo selettivo, quella che si abbatte implacabile sui deboli e si dissolve in tolleranza compiacente di fronte ai potenti, realizzando quella che Montesquieu già denunciava come “la tirannia peggiore, quella esercitata all’ombra delle leggi e con le apparenze della giustizia”, un’ipocrisia che trasforma il diritto in strumento di discriminazione anziché di giustizia.
Le istituzioni sono fatte di scelte che rivelano la loro vera natura: quando le norme vengono applicate con equità e tempestività si rafforza la coesione sociale, mentre quando prevale l’arbitrio mascherato da tecnicismo si genera quella sfiducia che corrode il vincolo comunitario.
La legge applicata a geometria variabile, il rigore ostentato verso alcuni e la magnanimità sospetta verso altri, è la malattia che corrode il corpo democratico, confermando l’osservazione di Tacito secondo cui “quanto più corrotto è lo Stato, tanto più numerose sono le sue leggi”, poiché la proliferazione normativa diventa strumento di oppressione selettiva quando manca l’equità nell’applicazione.
Governare significa scegliere la trasparenza, l’azione tempestiva, la responsabilità, il che implica che il potere pubblico non può diventare strumento per sospendere gli obblighi quando conviene, né trasformarsi in macchina efficientissima solo per colpire chi non ha difese, giustificando situazioni contrarie al diritto invocando complessità procedurali quando occorre sanzionare chi non ha padrini.
Ogni comunità misura la solidità delle proprie istituzioni nelle difficoltà, perché è lì che si rivela se lo Stato è presidio di tutela o gestione dello status quo fondata sulla discriminazione, momento in cui l’inerzia strategica, la tolleranza dell’irregolarità quando giova ai sodali e il vuoto decisionale che si riempie solo per colpire gli indifesi mostrano i loro effetti irreversibili.
Quando la legge si applica con zelo ai margini e con riluttanza ai centri del potere, l’istituzione tradisce la propria ragione d’essere e diventa, per usare le parole di Agostino, una “banda di briganti” che ha sostituito la giustizia con la forza.
L’ipocrisia istituzionale assume molte forme, tempi biblici per alcuni e celerità per altri, complessità invocata per paralizzare e semplificazione improvvisa quando serve agire, rigidità verso chi non può difendersi e flessibilità per chi ha accesso al potere, configurando quell’arte di invocare lo Stato di diritto quando conviene e di sospenderlo quando disturba, quella doppiezza che Machiavelli descriveva come “simulazione” necessaria al potere ma che in una democrazia costituisce il suo più profondo tradimento.
Eppure esiste sempre la possibilità di una scelta diversa, perché riconoscere un errore e ristabilire la legalità imparziale non è debolezza ma maturità istituzionale, quella che si manifesta nell’applicazione equa della norma senza distinzioni tra potenti e deboli, ricucendo così il patto sociale lacerato. Come scrisse Martin Luther King, “l’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque”, e l’ingiustizia più insidiosa è proprio quella commessa in nome della legge.
L’inizio di un nuovo anno dovrebbe rappresentare un rinnovato impegno etico fondato sui fatti più che sulla retorica, sulla tutela effettiva dell’incolumità come priorità non negoziabile applicata senza favoritismi né persecuzioni selettive, riconoscendo che la legalità autentica è un dovere quotidiano che si costruisce attraverso l’esempio coerente e il coraggio delle decisioni giuste anche quando scomode, responsabilità di cui le istituzioni devono essere prime custodi e non primi traditori.
Che il Natale sia allora occasione di consapevolezza critica e rinnovata fedeltà al bene comune inteso non come privilegio di alcuni ma come diritto di tutti, perché come ammoniva Platone nella “Repubblica”, quando i governanti amministrano la giustizia solo per sé stessi e non per il bene della comunità, lo Stato cessa di essere tale e degenera in tirannide, anche quando si maschera da ordinamento giuridico.
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