La crisi in Medio Oriente ha toccato un nuovo picco di tensione geopolitica nella notte, trasformando lo Stretto di Hormuz e le coste meridionali dell’Iran nel teatro di un confronto militare diretto tra Washington e Teheran. Parallelamente, il fronte libanese continua a sanguinare sotto i bombardamenti israeliani, registrando l’ennesima strage di civili nella storica città di Tiro.
Il casus belli che ha innescato l’escalation è stato l’abbattimento, avvenuto nelle ore precedenti al largo dell’Oman, di un elicottero militare americano Apache. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha immediatamente annunciato su Truth Social la necessità di dare una “risposta molto potente”, ordinando alle forze del comando centrale statunitense (CENTCOM) di intervenire.
L’operazione statunitense si è sviluppata in tre ondate distinte di attacchi aerei, condotte da caccia dell’Air Force e della Marina militare. Secondo fonti della Difesa americana e ricostruzioni dell’emittente iraniana Irib, l’azione ha colpito cinque diverse località strategiche lungo la costa meridionale dell’Iran, aree cruciali per il controllo dello Stretto di Hormuz:
–Bandar Abbas e Qeshm: Colpiti sistemi di difesa aerea, batterie missilistiche e stazioni radar.
–Jask e Sirik: Nel mirino le basi navali locali, dove si sono registrati danni anche a infrastrutture civili (tralicci delle telecomunicazioni e serbatoi d’acqua).
Nonostante i media di Teheran abbiano inizialmente dichiarato il ritorno alla calma al termine dei raid statunitensi, la reazione militare dell’Iran non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avvertito che “nessun attacco resterà impunito” intimando agli Stati Uniti di lasciare la regione del Golfo. Poco dopo, i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) hanno rivendicato un massiccio attacco di droni contro la base della Quinta flotta americana in Bahrein, lanciato dalle proprie unità navali.
Mentre gli occhi del mondo erano puntati sullo Stretto di Hormuz, nel sud del Libano non si sono fermati i bombardamenti delle forze di difesa israeliane (IDF). La città costiera di Tiro è stata devastata da pesanti raid aerei, lasciando decine di vittime sotto le macerie degli edifici distrutti.
Il ministero della Sanità libanese ha diffuso un bilancio drammatico: nelle sole ultime 24 ore si contano almeno 29 morti e 133 feriti, portando il bilancio complessivo dall’inizio di questa nuova fase del conflitto (scattata il 2 marzo) a oltre 3.660 vittime.
In questo scenario drammatico si registrano anche importanti operazioni umanitarie. I caschi blu della missione Unifil, con il ruolo attivo dei militari italiani della Brigata Sassari, sono riusciti a coordinare l’evacuazione d’urgenza di numerosi civili rimasti bloccati nella cittadina isolata di Rmeish. Grazie a una complessa trattativa di collegamento e coordinamento tattico tra l’Unifil e l’esercito israeliano, un convoglio della Croce Rossa Libanese e della Protezione Civile ha trasportato in sicurezza anziani, donne e bambini verso l’ospedale di Tiro, per poi consentire il loro trasferimento a Beirut.
Sul piano diplomatico lo scenario appare contraddittorio e incerto:
- Il fronte di Gaza: Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha fatto sapere dal Cairo che le fazioni palestinesi hanno mostrato “flessibilità e positività” accettando le proposte dei mediatori internazionali legate al piano di pace del presidente americano. Secondo Hamas, la palla passa ora a Israele e al Consiglio per la Pace per l’attuazione della seconda fase del cessate il fuoco.
- Il fronte di Beirut: Fonti diplomatiche riportate da Al Arabiya indicano che il presidente del parlamento libanese Nabih Berri (leader del partito sciita Amal) avrebbe confermato la disponibilità di Hezbollah a un cessate il fuoco globale. I miliziani sciiti si dicono pronti a ritirarsi a nord del fiume Litani, ma a una condizione ferrea: il ritiro parallelo e simultaneo (“punto per punto”) delle truppe israeliane dal suolo libanese.
Resta infine lo scetticismo degli analisti internazionali. Una recente analisi della CNN ha evidenziato come, nell’arco di soli due mesi (a partire dal 7 aprile), il presidente Trump abbia annunciato l’imminenza di un accordo definitivo con l’Iran per ben 37 volte, senza che alle parole sia mai seguita una reale distensione sul campo, oggi più lontano che mai.
Tensioni diplomatiche collaterali: il caso Ben Gvir in Italia
A margine della crisi militare, si registra un duro scontro diplomatico che coinvolge direttamente l’Italia. La Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, con l’accusa di tortura e sequestro di persona. L’indagine è legata a un video diffuso sui social dallo stesso ministro, in cui derideva gli attivisti della Flotilla umanitaria tenuti legati e inginocchiati nel porto di Ashdod.
La reazione di Ben Gvir è stata durissima, definendo l’Italia “il Paese delle ciabatte”. Parole ritenute “inaccettabili, offensive e indegne di un ministro” dal titolare della Farnesina Antonio Tajani, che ha respinto fermamente l’attacco difendendo l’operato della magistratura italiana e la tradizione democratica del Paese.
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