La misura di un politico locale non si calcola sul numero di post pubblicati sui social network, né sulla capacità di pronunciare discorsi ad effetto in campagna elettorale. L’incisività reale di chi amministra o rappresenta un territorio si pesa su un unico piatto della bilancia: la capacità concreta di risolvere i problemi della comunità, ascoltare le istanze delle persone e trasformare le promesse in azioni visibili. Quando una città versa in condizioni critiche, al limite del collasso, la presenza mediatica priva di sostanza diventa solo un vuoto rumore di fondo.
Il mandato politico non è un assegno in bianco né un bene personale da monetizzare per carriere individuali; è un incarico di fiducia conferito dai cittadini. A questo mandato si deve rispetto, etica e trasparenza.
Per questo motivo, la pratica del cambio di casacca, il passaggio da una parte all’altra dello schieramento, magari verso quelle forze che in campagna elettorale si era promesso di combattere, rappresenta una ferita profonda. Sebbene il trasformismo sia legalmente consentito dall’assenza di vincolo di mandato, sul piano morale si configura come un vero e proprio tradimento nei confronti degli elettori.
Quando gli eletti smettono di rispondere alla comunità e iniziano a muoversi unicamente per le direttive della propria coalizione, l’istituzione perde la sua funzione primaria. Tali rappresentanti cessano di essere i portavoce delle esigenze popolari per ridursi a “soldatini” di partito: esecutori di ordini a cui viene dettato cosa dire, come votare, quali argomenti toccare e quali evitare. Un’assemblea pubblica ridotta a queste dinamiche smarrisce la propria essenza e si trasforma nella mera estensione di una segreteria di partito. Il danno è doppio: da un lato si ignorano i problemi reali, dall’altro si ostacolano attivamente le iniziative di chi tenta di portare in aula i temi che contano davvero.
La realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti. I temi più urgenti vengono sistematicamente elusi, le discussioni decisive rinviate a tempo indeterminato e si evita di scavare a fondo laddove servirebbe un’azione decisa e rigorosa per sradicare le criticità alla radice. Prevale troppo spesso la logica dell’autoconservazione: l’interesse a non scontentare i vertici per garantirsi una candidatura alle elezioni successive.
Se questo atteggiamento appare grave per chi governa, diventa del tutto ingiustificabile quando ad adottarlo è l’opposizione. Dai banchi della minoranza ci si aspetterebbe un controllo fermo e incalzante; assistere invece a critiche timide, sollevate con la discrezione di un sussurro distratto, lascia la cittadinanza senza difese. Per non parlare di chi, mentre sulla città si abbatte una tempesta perfetta, preferisce distogliere lo sguardo e parlare d’altro, dimostrando una totale cecità di fronte all’impatto e alla gravità dei danni che il territorio sta subendo, guardando il dito e non la Luna.
I cittadini sostengono il funzionamento delle istituzioni e il lavoro degli eletti con le proprie tasse. In cambio hanno il diritto di pretendere rispetto, fermezza e impegno.
Una città in sofferenza non ha alcun bisogno di “marionette” o di “comparse accondiscendenti”. Servono rappresentanti dotati del coraggio necessario per opporsi alla propria stessa coalizione quando questa sbaglia, così come serve un’opposizione determinata a stimolare chi amministra, imponendo un cambio di passo immediato su tutto ciò che per troppo tempo è stato soltanto “detto, ma non fatto”.
In ultimo, occorre ricordare una verità fondamentale che molti tendono ad archiviare troppo in fretta: il Comune è e deve rimanere la casa dei cittadini, la dimora viva della comunità, e non il feudo personale di chi, una volta superata la soglia dell’elezione, smarrisce il senso del proprio dovere e dimentica di esserne soltanto un temporaneo rappresentante al loro servizio.Ad Maiora

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