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Riflessioni

L’arroganza della classe politica fa rima con ignoranza

Last updated: 16/01/2025 13:45
By Sergio Cirlinci 249 Views 7 Min Read
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L’arroganza del potere, un male sottile e invasivo


In tanti non riescono a sottrarsi, alla tentazione di prevalere ad ogni costo e dire sfacciatamente: “eccomi, sono qui, si fa quel che dico io, visto che qui comando io e guai a chi osa contraddirmi”.

Coloro che vantano spazi di potere in genere ci cascano in continuazione; è un errore banalissimo quanto grossolano, eppure si ripete all’infinito.

E’ la solita storia, ma chi cade in un simile errore, non accontentandosi di essere un “privilegiato”, delle volte senza essere stato neanche eletto, ma solo grazia al fatto di essere “amico” di chi comanda, preferisce strafare, imponendo il proprio potere, potere che non avrebbe avuto in mancanza di certe amicizie.

Non a caso ai cittadini, liberi, torna spesso in mente una semplicissima domanda.

E’ lecito attendersi che prima dei compensi, degli incarichi e dei voti presi si abbiano i “numeri” per fare politica, “numeri” intesi come capacità, come rispetto di tutti i cittadini, gli stessi che pagano lauti compensi per accomodarsi su quella poltrona, dove spesso si accomodano anche persone che, pur essendo stati bocciati all’esame delle urne o senza neanche esserci passati, se non per votare, qualche incarico lo acchiappano comunque.

Sappiamo bene che ci sono incarichi che non necessitano l’essere stati eletti, ma, a proprio per questo ci si aseptta che sia veramente una persona dai grandi “numeri”.

E’ un interrogativo questo non offensivo, anzi pertinente, visto che poi i “nominati”, agiscono poi per nome e conto di tutti i cittadini e a poco serve dire “non mi sento rappresentato da questo o quella”, tanto non li scolla nessuno se non chi li ha fatti accomodare.

Peccato, perchè se i nominati non si hanno i “numeri”, ma solo amicizie, la politica diventa sempre più un “caravanserraglio”.

La figura del politico odierno, più che missione sta diventando un mestiere, spesso improvvisato, privo di preparazione o conoscenze e non equiparabile a quella di chi si esercita come professione.

Di conseguenza diventa sempre più attuale il proverbio secondo cui “l’ignoranza e la madre dell’arroganza”.

Chiunque vuol esercitare una professione a conclusione degli studi e obbligato a superare esami per l’iscrizione all’Ordine di categoria; gli artigiani esercitano pratiche da apprendisti; i pubblici dipendenti sono obbligati a superare selezioni concorsuali, una volta assunti bisogna fare corsi di aggiornamento e ore di formazione obbligatoria.

E il politico ? Nulla di tutto questo, ma dal fondo della sua ignoranza può pretendere di salire tutti i gradini col solo titolo garantito dagli elettori, da qualche amico, i nominati non eletti, per assumere pubbliche responsabilità purchè sappia firmare, leggere, scrivere, per poi magari divulgare false e demagogiche promesse.

Ovviamente ci sono politici preparati, ma cosa strano, solitamente non sono arroganti.

Il politico in Parlamento avrà ad esempio il mandato per formare leggi che regolino anche le professione di avvocati, medici, ingegneri, insegnanti ecc., nonchè la vita quotidiana della società tutta e lui magari faceva un mestiere di cui nulla sa su questi argomenti.

Ma la democrazia moderna ha portato ad assumere importanti cariche di governo, di qualche ente o amministrazione locale, anche a chi dal nulla sale in cattedra.

La divisone tra politica e cultura elitaria nella prima meta del secolo scorso era rimasta incompiuta, nella seconda si e arrivati invece alla totale suddivisione tra politica e cultura, tranne che in rari casi.

Gli intellettuali hanno continuato il loro percorso, allontanandosi dalla politica, dove si è creata una politica di massa, infatti la cultura si dissocia spesso dalle istituzioni, mantenendo la propria dignità e snobbando la politica.

Con conseguente caduta verticale dell’etica nei palazzi del potere. Da qui la mediocrità di certi partiti e movimenti, che alimenta le ambizioni dell’ignorante spregiudicato.

Ne è conferma lo spettacolo che spesso si vede nelle varie aule, dal Parlamento al più piccolo consiglio comunale, con risse e frasi non del tutto consone ai luoghi.

Ma mentre il rigore morale e l’onestà non sono contagiosi, l’assenza di etica e la corruzione morale tendono a moltiplicarsi con straordinaria velocità.

Il politico che tutto sa, senza nulla o poco sapere, è motivo di preoccupazione, soprattutto per la democrazia.

E pensare che mentre nel mondo del lavoro si fa strada la specializzazione e va scomparendo il bracciantato, nella politica è di attualità e in continuo aumento.

L’arroganza del classe politica, specialmente di quella al potere, si manifesta anche nel classico atteggiamento da “Marchese del Grillo“, guardando dall’alto in basso i cittadini, pensano di stare su un piedistallo, deridendoli e snobbandoli al punto tale da non ritenerli degni neanche di ricevere risposte a delle semplici e lecite domande, poste non per criticare senza alcun motivo, ma per sapere cose importanti, che li riguardano direttamente e che riguardano la vita quotidiana e la propria salute, vedi le tante domande poste sulla crisi idrica, sulle turnazioni, sui pozzi, sulla torbidità e potabilità dell’acqua erogata.

Domande che non ottengono risposte, “lassatili parlari”, come se molti non comprendessero che dietro i silenzi si nascondono risposte che non si hanno e che di conseguenza non si possono dare.

Poi se i problemi non si risolvono e il contesto socio economico, invece di migliorare, peggiora o se le problematiche vengono risolte solo a parole, con annunci e promesse, alle quali molti continuano a credere, mentre nulla cambia, il perchè è presto dimostrato.

Però chi osa parlare, scrivere o manifestare per avere risposte concrete, non parole, si prova a sfiancarlo con le non risposte e a tacitarlo con la compiacenza dei sostenitori.

L’arroganza però nulla può fare contro la verità, perchè prima o poi tutto viene a galla e anche il politico più forte e furbo, politicamente parlando, domani sarà tradito dalla sua stessa convinzione, quella cioè di pensare di essere “al sicuro” e che mai la verità venga fuori.

Ad Maiora

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