A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, l’eredità del giudice e della sua scorta rimane il pilastro inscindibile dello Stato di diritto nella lotta alla criminalità organizzata.
«Un gigantesco monumento di virtù, coraggio e fede». Con queste precise parole il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha voluto recentemente ricordare la figura monumentale di Paolo Borsellino. A più di tre decenni da quel tragico 19 luglio 1992, la memoria del magistrato palermitano non è soltanto un tributo doveroso alla storia d’Italia, ma rappresenta una vera e propria bussola etica e operativa stampata nel cuore delle istituzioni e della cittadinanza.
Onorare Borsellino significa al contempo preservare la memoria dei cinque agenti della scorta — Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli — che hanno sacrificato la propria vita per la sicurezza collettiva. La loro resistenza costituisce il nucleo di un’Italia che non si è mai piegata di fronte al ricatto mafioso.
«Morti che camminano»: la lucida consapevolezza del dovere
Subito dopo la drammatica strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita l’amico e collega Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, Paolo Borsellino ebbe l’assoluta e tragica certezza di essere il prossimo obiettivo di Cosa Nostra.
In una delle sue ultime e più celebri interviste televisive, rilasciata a Lamberto Sposini, Borsellino rievocò con commozione una frase che Ninni Cassarà (allora Commissario della Polizia di Stato in prima linea nel contrasto ai clan) gli aveva confidato anni prima, nell’estate del 1985, mentre si recavano sul luogo dell’assassinio del capo della Catturandi Beppe Montana: «Convinciamoci che siamo dei morti che camminano». Cassarà sarebbe stato barbaramente ucciso pochi giorni dopo, il 6 agosto 1985. Questa drammatica consapevolezza non si tradusse mai in rassegnazione, bensì in un rinnovato e febbrile coraggio.
«La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra bellissima e disgraziata terra, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolge tutti, che ci spinge a fare il nostro dovere, a credere che si può cambiare». — Paolo Borsellino, 20 Giugno 1992
Dalle strade della Kalsa al Pool Antimafia
Il legame tra Paolo Borsellino e Giovanni Falcone affondava le radici nell’infanzia comune nel quartiere arabo della Kalsa, a Palermo. Tra palazzi signorili e botteghe artigiane, i due futuri magistrati giocavano a pallone, stringendo un legame fraterno che dagli anni dell’adolescenza si sarebbe trasferito direttamente nelle aule dei tribunali.
Entrato in magistratura a soli 24 anni — stabilendo il primato di magistrato più giovane d’Italia — Borsellino svolse le funzioni di Pretore a Mazara del Vallo e a Monreale. Sotto la guida lungimirante di Rocco Chinnici, Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, nacque l’idea rivoluzionaria del “Pool Antimafia”. Borsellino vi fu chiamato subito a farne parte insieme a Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, dando vita al primo nucleo investigativo specializzato nel contrasto sistemico ai reati di stampo mafioso.
Il Pool ruppe l’isolamento dei singoli giudici scambiando informazioni e centralizzando le indagini. Chinnici rivendicava con orgoglio che persino le autorità americane consideravano l’Ufficio Istruzione di Palermo come un “centro pilota” a livello internazionale. Dopo la tragica morte di Chinnici nella strage di via Pipitone del 29 luglio 1983, fu Antonino Caponnetto a prendere le redini del Pool, accelerando una mole di lavoro senza precedenti.
Dall’Asinara al Maxiprocesso: l’attacco al cuore di Cosa Nostra
Negli anni ’80 Palermo era insanguinata dalla seconda guerra di mafia: tra il 1981 e il 1982 si registravano circa 1.200 vittime, una media spaventosa di un morto ogni tre giorni. Per ragioni di estrema e imminente sicurezza, nell’estate del 1985 Falcone e Borsellino vennero d’urgenza trasferiti insieme alle proprie famiglie sull’isola dell’Asinara.
Fu all’interno della foresteria di Cala d’Oliva che i due magistrati, esaminando giorno e notte faldoni monumentali, verbali e testimonianze, scrissero la storica ordinanza di rinvio a giudizio che pose le fondamenta del primo grande Maxiprocesso. Inaugurato il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker dell’Ucciardone, il processo vide alla sbarra 475 imputati. Quell’epocale sforzo giudiziario si concluse nel 1987 con ben 360 condanne definitive, assestando il colpo più duro e strutturale mai subito dall’organizzazione mafiosa.
Il sacrificio finale di via D’Amelio
Solo cinquantasette giorni separano l’eccidio di Capaci dalla strage di via D’Amelio. Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una Fiat 126 imbottita con 90 chili di tritolo venne fatta detonare sotto il palazzo dove risiedeva la madre del magistrato, che Borsellino si era recato a salutare.
L’esplosione, devastante al punto da sventrare l’asfalto e sfigurare l’intera via, distrusse vite e speranze, provocando il ferimento di altre 24 persone. Durante le esequie, accompagnate da una folla oceanica e commossa di diecimila cittadini, il giudice Antonino Caponnetto pronunciò parole che suonano come un passaggio di testimone collettivo: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi».
L’esempio di Paolo Borsellino, unito al valore civile del suo operato, permane intatto come un faro per la magistratura e per le nuove generazioni, ricordando che la legalità non è un concetto astratto, ma un impegno morale quotidiano che ci riguarda tutti.

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